Identità e terzo
Essere adulti come genitori a partire dal confronto con i propri limiti
di Irene Malaspina
Scrive Goisis che l'adolescenza inizia quando i ragazzi si rendono conto dei limiti dei propri genitori e finisce quando e, se, riescono a perdonarli. Il modo in cui l'adulto abiterà il confronto con i propri limiti, determinerà uno dei più strutturanti insegnamenti che un genitore può dare al proprio figlio. Vedere rispecchiato ogni fallimento personale ed esistenziale, lo scaglierà in una posizione di complementarità dove, per recuperare terreno, dovrà esercitare un potere di dominio sul figlio, provando ad umiliarlo o sottometterlo, oppure potrà confrontarsi con il proprio limite abitandolo come un portato della condizione umana? Il limite è limitazione, oppure è argine che permette all'esperienza di prendere forma e dispiegarsi? La possibilità di incarnare questa seconda ipotesi di lavoro, nel vivo di un confronto, è ciò che permetterà al ragazzo di avere una testimonianza di adultità in essere.
Il limite, infatti, mette ordine nel caos. È attraverso il limite che noi strutturiamo le identità ed i ruoli, definendo in che modo può essere vissuto un determinato rapporto, entro quali argini, cioè, si muoverà l'esperienza che andiamo dispiegando. Il senza limite è il caos, che, impedendo lo strutturarsi di una forma, rende impossibile canalizzare l'energia in un’azione efficace nel mondo. Anche in analisi, i pazienti prima o poi ci attaccheranno per le nostre mancanze, oltre che per il ruolo di fatto limitato che abbiamo nella loro vita. Non possiamo dare tutto quello che è mancato, non siamo sempre presenti e nemmeno sempre sintonizzati alla perfezione. Eppure, è nell'aiutarli ad accettare questo, arginando la rabbia in modo che non diventi disprezzo prima e rifiuto poi, che li aiutiamo a fare un buon uso dell'oggetto. Solo accettando i limiti è possibile, infatti, abitare la relazione con l'altro in modo evolutivo, senza scadere nella pretesa onnipotente e distruttiva di poter avere tutto ed essere tutto.
Toccare questa realizzazione è dura per un giovane che ha coltivato per tutta l'infanzia l'illusione che il suo stato di mancanza fosse il risultato del suo essere piccolo, ma che un giorno sarebbe diventato grande e non avrebbe più dovuto fare i conti con i limiti propri ed altrui. Come dice Winnicott, questa è un’illusione necessaria, con cui però, prima o poi, si dovrà fare i conti. Arrivati alla adolescenza, con lo sviluppo del pensiero alla seconda potenza, si accorgono che i loro genitori sono pieni di difetti e si sentono invasi dalla rabbia per essere stati ingannati e dalla paura per essere costretti ad immaginare di dover un giorno andare avanti nella vita con un corredo di certezze e possibilità così misero come gli pare abbiano coloro che li hanno preceduti. La prima reazione che hanno è immaginare che il problema sia dei loro genitori, che non sono riusciti a fare di più per incapacità o pigrizia. Che la loro limitatezza sia un insulto alle possibilità umane di splendore e perfezione. Che loro potranno senza dubbio fare di più e meglio. Che gli altri adulti nel mondo non li deluderanno come hanno fatto i loro genitori, che saranno certo meglio, più rassicuranti e più desiderabili.
Il nostro essere limitati genera una mancanza, che diventa motore di una continua ricerca. Siamo incompleti per natura e questo ci rende dinamici, ovvero vivi in un processo di continua espansione. Credere che il limite che ci abita sia una macchia che riduce il nostro valore è un grave problema di prospettiva. Credere che si possa raggiungere la perfezione della completezza, è la stessa cosa che desiderare l'immobilità e la morte. Abitare la mancanza, l'incompletezza e il non sapere è condizione necessaria del processo creativo del sé nel mondo. In una società che promette la soddisfazione di tutti i bisogni attraverso l'acquisto di beni ed esperienze che possano mettere a tacere questa tensione di incompletezza che ci abita, è importante che noi si possa dare ai nostri figli la testimonianza contraria; la perfezione non esiste, la completezza non è propria della condizione umana, la scarica di ogni tensione non è desiderabile.
Molto dipende da come si è strutturata l'identità del genitore. È ancora alla ricerca di una conferma di sé dentro l'altro? Ha accettato il limite e la mancanza come motore della condizione umana o alberga in sé ancora traccia della illusione onnipotente del bambino che, fuori dal tempo, immagina uno stato di completezza e perfezione che lo collochi fuori dal divenire?
Nello sguardo degli adolescenti manca completamente ogni forma di pietà. È presente invece una energia piena di rabbia e paura. Come saprà accogliere l'adulto questa carica di odio e di angoscia che mina l'immagine di perfezione che albergava nella mente del figlio per tutta la durata della sua infanzia?
Se l'adulto si sente umiliato da questo rispecchiamento con i propri limiti, si posizionerà in una condizione complementare in cui non riuscirà e resistere alla tentazione di fare notare al figlio quanto sia più limitato ancora, pieno di pretese e difetti, incapace di fare quello che gli si chiede, pigro ed arrogante. L'adolescente verrà percepito con un sottile velo di disprezzo e tutto quello che fa, dagli interessi agli amici, verrà percepito con paternalistica superficialità. La curiosità verrà scalzata dalla paura di venire messi in crisi, minando alla radice la possibilità di godere della loro energia in espansione. È vero che a volte appaiono un po' troppo sicuri di loro stessi e posizionati in un luogo di cronico rifiuto di tutto quello che gli viene proposto, ma come potrebbero fare altrimenti? Se si rendessero conto di quanto poco sono attrezzati, si paralizzerebbero. Se si rendessero conto che diventare grandi significa abitare l'incertezza e il confronto costante con la nostra natura effimera, cadrebbero in depressione. Come mai l'adulto non può vedere questa loro spavalderia con tenerezza? Come mai non può albergare in sé l'ammirazione di vederli slanciarsi verso il mondo, animati da una speranza fresca ed ingenua, che, è vero, deve essere ancora molto lavorata dal confronto con la vita, ma senza la quale se ne starebbero abbarbicati alle certezze dell'infanzia? Perché gli adulti devono così spesso mortificarli prima del tempo, animati da una energia di rivalsa e di ripicca?
Credo che la risposta sia che la nostra cultura, fondata sul tabù della morte come prototipo di ogni limite, non attrezza gli umani a strutturare un'identità che ha proprio nella mancanza lo spazio e la tensione per generare il moto. Non siamo enti fissi, ma processi in continuo sviluppo. Se fossimo un ente fatto e finito con il compito di sopravvivere immutato agli eventi, potremmo a buona ragione preoccuparci di ogni nostra crepa. Ma non siamo questo. Siamo enzimi che catalizzano processi di trasformazione per ogni realtà che alberghiamo in noi. Siamo lo sguardo con cui la vita si anima. Siamo lo spazio in cui gli eventi dimorano. Il limite non ci minaccia, dà forma al nostro sentire e cresce in relazione alla capacità di liberarci dal terrore di non esistere come qualcosa di fatto e finito, completo e auto-sostanziante una volta per tutte. Ci minaccia la pretesa di eternità', con la quale non riusciamo a venire a patti.
La domanda è: sotto lo sguardo impietoso e spaventato dei nostri ragazzi, abbiamo il coraggio di essere uomini? Abbiamo la fiducia di poter essere come Ulisse che fa del viaggio la sua casa e della ricerca di crescita attraverso l'esperienza la sua dimora? Sappiamo rinunciare alla sicurezza in cambio della vitalità? Oppure siamo ancora ancorati alla ricerca del piacere per detensionare ogni percezione di incompletezza che sorge in noi? I ragazzi non sono dei ribelli che hanno bisogno di opporsi per esistere, sono dei novelli esploratori che hanno necessità di trovare degli adulti che hanno avuto il coraggio di fare della vita un'avventura alla ricerca di se'.
Mi viene in mente Mario, un ragazzo brillante e pieno di voglia di esplorare e di capire. Il padre di Mario, un imprenditore di successo, pretende sempre e solo l’eccellenza e non ammette fragilità di alcun tipo. Risulta evidente da come parla di sé, un conflitto con il corpo, vissuto come una macchina che deve essere sempre impeccabile, allenata alla perfezione, senza un filo di grasso, capace di reggere alti ritmi di performance senza sentire la fatica. Mario è un sognatore, interessato alla filosofia e alle dinamiche che si vengono a creare nel gruppo di amici. E’ curioso e attento, capace di ascoltare e interessato a vedere come le cose cambiano al cambiare del punto di vista del suo interlocutore. Ha una capacità di mentalizzazione davvero straordinaria per la sua età. Non ha una particolare voglia di studiare, ma se la cava, navigando tra insufficienze e recuperi, con qualche buon voto nelle materie che ama. Il padre parla di lui come di un ragazzo superficiale, incostante, incapace di dare valore alle cose che contano; viziato dalla madre, sentita come una donna indulgente e frivola, chiede a me di farlo rigare dritto. Mario si appassiona alla analisi come luogo di scoperta di sé, mi offre la sua fiducia per aprire uno spazio dove conoscersi come consapevolezza in azione attraverso le esperienze del mondo.
La relazione con me apre uno spazio di terzietà, come direbbe la Bejamin, dove superare la complementarità del “chi è superiore a chi”. Poter andare oltre all’attivazione di una dinamica di potere, rende possibile il dispiegarsi di una energia creativa che mette in forma i pensieri in modo nuovo e sorprendente per entrambi. La relazione con lui non diventa una azione educativa da parte di un adulto saggio a favore di un ragazzino ancora molto acerbo, ma la resa ad una potenzialità della relazione umana che porta due incompletezze verso sempre nuovi ed imprevedibili sviluppi. Non faccio mistero a Mario che molte cose mi sfuggono e che tante risposte sono oltre alla mia portata. Cerco di dare a lui testimonianza che essere perfetti è impossibile, ma, oltre a questo, che è molto meno interessante che essere in continua evoluzione nello spazio dell’incontro con l’Altro. Vorrei mostrare a Mario come il rinunciare ad imporsi sull’altro definendosi a calco, è il viatico per l’apertura di uno spazio in cui esistere per sé stessi, lontano da applausi e rifiuti. Dico a Mario che la libertà, quella vera, è il valore che più conta per me nel lavoro con lui. Non guasta che tutto questo sia abitato con un po' di ironia: con quello sguardo poetico e ribelle che vede la vita come il più serio dei giochi. Ma, infondo, questa non è la scelta dello scrivente, ma la qualità dell’Essere che, quando si dispiega, lo fa in leggerezza. La drammatizzazione, al contrario, è appannaggio di un Io che vuole sempre essere il protagonista di una storia tragica, dove ergersi come un baluardo di solidità ed autarchia contro un mondo ostile e tirannico.
A nulla vale fare notare al padre che impegnarsi in un percorso di scoperta di sé richiede disciplina e coraggio. Mi sente una donna che, come tale, indulge a vedere in Mario un ragazzino da proteggere dalle pressanti richieste che il mondo avanza sul suo futuro. Una donna che lo terrà protetto nel suo grembo, titillandolo con inutili frivolezze filosofiche di nessun conto quando si ha a che fare con la vita vera. Io chiamo Mario ad una assunzione di responsabilità rispetto al funzionamento della sua mente e ad una interrogazione sul modo con cui il sistema tecnocratico-mercantile ha rappresentato i valori di forza e successo personale. Mario è affascinato da questa apertura di senso, ma si sente di tradire il padre che ammira profondamente. Come soluzione di compromesso ha trovato quello di usare la mente per esplorare il senso del vivere, ma lasciare il corpo indietro, trasformandolo in ricettacolo di tutto ciò che c'è di inaccettabile e debole. Mario ha 19 anni e non ha mai avuto una ragazza, né alcun tipo di esperienza sessuale, pur essendo un bel ragazzo, brillante e divertente. Sembra del tutto disinteressato alla questione dell'erotismo. Sospetto che il corpo sia per lui il luogo odiato dal padre come rappresentante del limite primigenio, ovvero la mortalita'. Un corpo sentito da colui che lo ha messo al mondo come ente per eccellenza che tutto l’impegno del mondo non aggioghera' al suo volere.
Mi chiedo come analista quale diritto ho di offrire a Mario un modo di rappresentare la realtà che va nella direzione opposta a quella che è sentita come desiderabile da chi l'ha generato. Il padre di Mario è un uomo di successo, per gli standard della nostra società. Io, verso dove lo conduco? Temo di stare tessendo per lui uno scenario di emarginazione: un modo di vivere nel mondo che è minoritario e potrà non rendergli facile una collocazione nella società.
Mario non ha sintomi nel senso stretto del termine. Mario è legatissimo alla terapia e non vede l'ora di fare la seduta. Dove finisce il mio mandato di terapeuta? Un mandato consegnato da un genitore che desidera per il figlio, in fondo, solo un buon adattamento. Io spererei per lui qualcosa di più, ma ho il diritto di portare nella terapia il mio desiderio? È un desiderio di Mario? È abbastanza grande da sapere quello che vuole e quello che gli costerà? Lascio la domanda in sospeso come stimolo di riflessione per il lettore, certa di condividere con lui il perturbante piacere di vivere l’analisi come una sonda che allarga il campo mentre lo esplora (Bion).

