07 Gennaio 2020

Sandro Veronesi, “Il colibrì”

Recensione di Isabella Donato, psicoterapeuta SPC

Elogio dell’immobilità, ovvero come tentare di salvarsi dal dolore senza cambiare.

Il colibrì è il protagonista del libro, Marco Carrera, orgoglioso di questo soprannome perché, come l’uccellino, mette tutte le energie per mantenersi fermo e talora va anche all’indietro.

L’incipit lascia basiti: conosciamo uno psicoanalista che per tutelare l’incolumità del nostro protagonista gli rivela contenuti delle sedute con la moglie, irritandosi vieppiù dallo scoprire che gli è stato mentito; dopo questo agito, abbandonerà la professione per dedicarsi a cose veramente importanti, aiutare le popolazioni in situazioni di emergenza.

Scopriamo inoltre che la psicoanalisi è attività prettamente femminile, come il pilates, che, se non aiuta, dà un certo tono. Marco Carrera è circondato infatti da donne che vanno in analisi, attività che lui subisce come il fumo passivo.

Non perdiamo di vista tale professionista; per tutta la narrazione seguirà premuroso le vicende del nostro protagonista distillando perle di saggezza:
” Io mi occupo ogni giorno di persone che hanno perso tutto, spesso sono solo i soli superstiti del loro intero nucleo familiare. Hanno problemi materiali di ogni tipo, e a volte hanno anche brutte malattie, ma lo sa su cosa lavoriamo? -No..- Lavoriamo sui desideri, sui piaceri. Perché anche nella situazione più disastrosa i desideri e i piaceri sopravvivono”

Il nostro protagonista ci fa conoscere un’infanzia immerso nei privilegi ed agi di una famiglia borghese intellettuale, dove il brillio degli oggetti di design e delle frequentazioni altolocate nasconde i conflitti e il disamore. Ma mentre lui nega una realtà dolorosa così non è per la sorella che, sprofondata in un malessere crescente, si suicida. La sua scomparsa è solo una delle perdite dolorose che il colibrì subisce; nel mentre si dibatte tra una relazione virtuale, in cui è la distanza a rendere magnifica ed inarrivabile l’intesa (“ noi siamo due che ci si ama, scriviamolo, con tanti errori, io a te ti amo, e te tu mi ami a me, scriviamolo così, Luisa mia, su ogni superficie creata da buon Dio) ed un matrimonio in cui gli elementi di unione sono semplici proiezioni di somiglianza – si innamora all’istante di una perfetta sconosciuta perché vive per coincidenza le sue stesse sventure -. L’impatto con la realtà sarà catastrofico per la relazione ma la responsabilità è attribuita alla non aderenza della moglie al modello attribuitole, si scoprirà infatti abile manipolatrice e non reale copia della sofferenza del protagonista. Ne fa le spese la figlioletta, che comincia ad avere delle strane percezioni; anche qui entra in scena uno psicologo ed anche qui il nostro lo neutralizza prendendo il controllo della situazione a suo modo.

La tesi del libro sarebbe che in questo mondo frenetico, dove il cambiamento e la velocità è valore insopprimibile, indipendentemente dalla meta, restare fermi, non cercare una soluzione qualunque sia è l’unico modo possibile di ribellarsi, di trovare il modo per riflettere sulla nostra vita, sulle trasformazioni che ci impone.
“Vi sono esseri che per tutta la loro vita si dannano allo scopo di avanzare, conoscere, conquistare, scoprire, migliorare, per poi accorgersi di essere sempre andati alla ricerca solo della vibrazione che li ha scaraventati al mondo: per costoro il punto di partenza il punto di arrivo coincidono. Poi ce ne sono altri che invece pur stando fermi percorrono una strada lunga e avventurosa perché è il mondo a scivolare sotto i loro piedi, e finiscono molto lontani da dove erano partiti: Marco Carrera era uno di essi. … La sua vita aveva uno scopo .Non tutte le vite lo avevano, la sua lo aveva”
Ma che significa restare fermi?
Il nostro protagonista sembra capace solo di uno sguardo sul passato, su cui esercita una capacità critica che tuttavia non lo conduce a vivere in maniera diversa l’intimità, l’affettività, le relazioni. Non a caso il libro non ha dialoghi ma solo scambi mail, elucubrazioni mentali, catalogazione di oggetti, riflessioni disordinate.
Stimolato dal “pensiero positivo” dello psicoanalista guru, cerca di governare il caos e lo smarrimento coltivando ciò che gli dà sollievo ovvero le partite a tennis e il gioco d’azzardo, attività che potremmo benevolmente definire anestetiche, che hanno il solo valore di creare una sospensione del dolore, dove il trionfo ginnico sui coetanei rimanda a una capacità di vittoria laddove la vita fornisce solo sconfitte e perdite e, sul tavolo da gioco, dove anche l’amico iettatore (!!!) viene neutralizzato, anche il destino viene beffato. Appaiono ribaltati i ruoli, sul terreno da gioco vince contro tutti ( persino lo psicoanalista si scoprirà essere stato sconfitto sonoramente da ragazzo e sempre per mano del nostro protagonista… “ Lei è quello che mi libera dalle trappole”. La trappola è dapprima il tennis e poi la psicoanalisi …) mentre nella vita reale assiste impotente a lutti ed abbandoni.
Mi chiedo: ma il male – hai presente? Ha circuiti preferenziali, il male, o si accanisce a caso?”.
La soluzione coincide con la micromaniacalita’, quel tanto di trionfalismo e di negazione, di ipervalutazione delle proprie regole e cerimonie.
A tutto ciò si accompagna l’idea di essere destinato ad una missione, allevare la nuova generazione, l’uomo nuovo, in questo caso una bambina, Miraijin, che frutto di una sapiente mescolanza di razze, porterà il rinnovamento.
Aveva tanto sofferto, sì, per uno scopo altissimo: consegnare al mondo l’uomo nuovo – ma solo dopo aver resistito alle percosse e alle ingiurie di una sorte oltraggiosa, come dice Amleto.
Siamo al pensiero magico, estremo tentativo per pensare di avere il controllo sulle cose, ribaltando anche questa volta una realtà catastrofica, la propria caducità.

È il ritratto di un uomo profondamente solo che si difende azzerando la vita psichica e annacquando ogni esperienza; oggetti e azioni sono al posto dei sentimenti; come dice Bollas “un individuo di questo tipo vive in un mondo di abbondanza insignificante”.
Le descrizioni dei personaggi sono piatte, prive di complessità e sfaccettature: le donne appartengono ad un universo incomprensibile, sfuggenti (l’eterna amata), perse in abissali inquietudini ( la sorella, la moglie), rinchiuse in eremi colmi di sfarzo ( la madre); gli uomini sono ridotti a rivali sconfitti su tutti i fronti. Manca la curiosità, il dubbio, il phatos.
Sembra l’esperienza di una persona incapace di elaborazione delle perdite che vengono negate nel loro impatto emotivo. Così com’è negata la rabbia, l’aggressività , l’odio, da cui il colibrì sembra apparire immune.

Joyce McDougall, nel fornire l’identikit del paziente antianalitico per eccellenza descrive una persona che generalmente è intelligente, proviene da un ambiente socio culturale che valorizza il mondo delle idee, compresa la psicoanalisi, e da una famiglia in cui più di un membro aveva già fatto un’analisi: ecco il ritratto del protagonista!
Per evitare di sprofondare nella depressione o di dissolversi nell’angoscia, crea un edificio psichico caratterizzato dalla magia infantile megalomanica e impotente: strumenti infantili per far fronte a una vita di adulto. Vive in un mondo dove l’alterità viene disconosciuta, dove non è stato colmato il vuoto lasciato dall’assenza dell’altro. E’ il mondo del ristagno sotto il motto del “meglio morire che cambiare”.
Ubi nihil vales, ibi nihil velis”. Dove nulla puoi, niente devi volere. Questo è il motto del colibrì citato nel libro.
Christopher Bollas descrive questi individui, definendoli normotici, come persone che trasformano l’esperienza intrapsichica e culturale in escreti mnestici:le fotografie di una vacanza sono più importanti dell’esperienza vissuta nel recarsi un in un dato luogo, l’abbonamento all’opera è più significativo della andare a vedere l’opera. Ecco allora che nel libro assistiamo ad un’elencazione sfinente degli oggetti di design ( e del loro valore economico, snocciolato uno ad uno) di libri e di plastici ingegneristici che non diventano oggetti affettivi o depositi di ricordi ma rimangono icone del gusto e dell’intelligenza raffinata.
Se la malattia psicotica è caratterizzata da una rottura dell’orientamento di realtà e da una perdita di contatto col mondo reale, allora la malattia normotica consiste in una rottura radicale della soggettività e nell’assoluta assenza dell’elemento soggettivo nella vita quotidiana. Come la malattia psicotica è caratterizzata da rivolgersi esclusivamente al mondo della fantasia e dalla allucinazione, così la malattia normotica può essere definita come i rivolgersi esclusivamente agli oggetti concreti e al comportamento convenzionale. Il normotico fugge la vita onirica gli stati mentali soggettivi l’immaginazione e il gioco aggressivo differenziato con gli altri.Favorisce lo scarico della vita mentale rispetto all’elaborazione articolate che esigono processi simbolici e comunicazioni reali. Si può dire che se lo psicotico è precipitato nella profondità il normotico è precipitato nella superficialità.

Il libro si conclude con un’uscita di scena teatrale dove grande assente è ancora una volta il dolore lasciando al suo posto un grande senso di amarezza e sconfitta.

“ Questa era Miraijin Carerra. Messa così diventava un dono che Marco avrebbe fatto a loro che restavano, e il senso di impotenza spariva”.

Riferimenti:
Christopher Bollas, L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato. Raffaello Cortina Editore
Christopher Bollas, L’età dello smarrimento. Senso e malinconia. Raffaello Cortina Editore
Joyce McDougall, A favore di una certa anormalità. Borla

20 Novembre 2019

Anna Giurickovic Dato,  La figlia femmina

Recensione di Isabella Donato, psicoterapeuta SPC

Entriamo nell’inferno dell’incesto familiare. Sappiamo degli abusi paterni sulla figlia fin dall’esordio della narrazione. Ma la storia, dopo l’esposizione del fatti in terza persona, è narrata dalla madre, il faro è puntato su di lei, che si interroga su come sia potuto accadere. Senza sconti e censure autoprotettive si viviseziona per capire cosa è accaduto, cosa ha trascurato e cosa ha cercato a tutti i costi di non vedere. E’ infatti una donna che si sente fragile, non vuole vedere le ombre, non tollera che gli altri le rimandino immagini disturbanti di sè e di chi ha intorno.

 

“Ad una madre si richiede sicurezza, pensavo, invece io mi sentivo come un’alga rimasta attaccata al suolo marino per un filo, che si muove ballerina nell’acqua e ogni onda che arriva potrebbe essere l’ultima.”

La figlia la inquieta fin da quando era una bambina: non è la zuccherosa icona della bambina tutta bambole e leziosaggini, trine e stupori infantili, ma è invece posseduta da una aggressività che le fa temere la follia. Così la tiene a distanza, la teme, la considera una punizione beffarda del destino e sempre più frequentemente la affida alle cure del marito che, lui solo, sa come trattarla, come domarla, con cui ha un rapporto speciale. Già, il marito, portatore di sicurezza e stabilità, ma capace di oscurità impenetrabile, anch’esso accettato fin dove arriva il proprio bisogno di certezze e rassicurazioni; tutto il resto è rifiutato, trascurato, omesso.

Ferenczi definisce il “terrorismo della sofferenza” ciò che subisce il bambino abusato : per mantenere un rapporto tale da ricevere tenerezza e sicurezza, il bambino è disposto ad assumersi le colpe degli adulti e divenire compiacente nei confronti dei loro desideri. In questo modo viene mantenuta una (buona) relazione, anche se l’adulto è disturbato.Possiamo così vederlo mettere in atto comportamenti come lo scomparire, il mimetizzarsi, usare il linguaggio della seduzione. La vittima sviluppa anche attitudini alla ipervigilanza ed alla estrema attenzione percettiva, emotiva, intuitiva che le suggeriscono i comportamenti per lei meno pericolosi. Inoltre, sottolinea come l’esperienza negativa non condivisa sia un fattore traumatico di particolare insensatezza e distruttività; è questo di cui parla il romanzo, non il trauma della violenza ma la negazione di questa come elemento estremamente patogeno; risultato di ciò sono “l’abbandono emozionale” e la “solitudine traumatica”, in cui la vittima è gettata dal disconoscimento del suo vissuto.
Non a caso il libro si apre con una scena in cui viene rappresentato il sacrificio di Isacco, un figlio immolato dal genitore.

Il romanzo si dipana attraverso due registri temporali e due luoghi, uno al presente, a Roma in cui la voce narrante, la madre, si confronta con la figlia adolescente; l’altro che risale alla vicenda familiare fin dagli esordi degli abusi a Rabat, luogo esotico pieno di agi ma anche di profonda solitudine e senso di estraniamento; la donna, anche se riesce a vedere l’immagine della figlia alla luce di una nuova consapevolezza, emotivamente ha empatia solo per la bambina che avrebbe potuto essere ma non è stata, e non per quella violata e, soprattutto, non per la donna, o meglio, ragazza, che è emersa da tutto questo, sfidante, provocatrice, seduttrice pericolosa. L’assenza del padre non crea una nuova vicinanza ma semmai amplifica la rabbia della giovane che sa che la madre continua a temerla come portatrice di pulsioni che non riesce a controllare; sa che la tiene a bada, colludendo con il suo isolamento e ritiro dal mondo dei suoi coetanei.
Allora ingaggia con lei una sfida e una tensione parossistica, che inchioda alla lettura per capire che esito avrà.
E’ una storia sbalorditiva per la capacità di dare fiato alla complessità e tragicità delle vicende di abuso familiare che coinvolgono ogni membro familiare senza distinzione, evitando la semplificazione binaria vittima-carnefice.

Lo psicoanalista Christopher Bollas ha descritto quanto la personalità della madre sia implicata nella dinamica incestuosa e quanto l’esito dell’abuso sia catastrofico per la mente della bambina “ bloccata in un mondo materno debole e non strutturato”, che si appiattisce nell’atto subito senza possibilità di elaborare la disperazione perchè “quando il padre violenta la figlia, la figlia non può giocare con lui nella mente. Il padre pone fino all’immaginazione.” E’ la distruzione della capacità simbolica, l’impossibilità a distinguere tra ciò che è immaginato e ciò che accade nella realtà. Il sogno non diventa più l’attività con cui dare senso all’esperienza ma solo un contenitore di angosce e come tale diventa incubo; chi sogna sente che il sogno è reale e quindi si deve svegliare per trovare sollievo nel mondo reale.

«Che cosa non ti piace, Maria?».
«Non mi piace più».
«Non ti piace dormire?».
«No».
«Non vuoi dormire più?».
«No».
«Quando sarai grande non dormirai più».

29 Ottobre 2019

Eshkol Nevo, “Tre piani”.

Recensione di Isabella Donato, psicoterapeuta SPC

“L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce”.

E’ un libro sul bisogno insopprimibile di comunicare, sulla necessità che la comunicazione possa accedere alle proprie angosce, paure, agli stati profondi del sè. L’urgenza è tale che se non c’è un interlocutore vero, lo si inventa: uno sfogo verbale con l’amico scrittore, una lettera all’amica del cuore, una registrazione in una vecchia segreteria telefonica a cassette rivolta al marito ormai scomparso.

Bellissima la copertina, con un’altalena in cui il peso dell’infanzia sbilancia l’adulto. E’ infatti anche un libro su genitori e figli, sulle difficoltà ad essere genitori, su tutto quello che si fa con “le migliori intenzioni”: proteggere ( o soffocare?) , amare ( o odiare?) educare ( o reprimere?) sacrificarsi ( o abbandonare?) comprendere ( o giudicare?);

I tre piani del titolo sono concretamente i piani di un condominio in cui vivono tre famiglie, ma metaforicamente, secondo l’autore, vogliono rappresentare le tre istanze freudiane, Es, Io e SuperIo.

Al primo piano ribolle l’Es, la pulsione senza controllo, la rabbia, la furia cieca, le certezze assolute, la vendetta. Il protagonista si convince che la figlia adorata e trascurata sia stata abusata, ne individua i segni che solo lui riesce a cogliere perché sente che la figlia “ ha perso la luce”.
Senso di colpa? Capacità percettive che solo una mente in allarme e sensibile coglie? Paranoia?
Si oscilla continuamente tra tutti questi registri, la verità è impossibile da definire e forse ci sono più verità.

Al secondo piano è il principio di realtà, l’Io, che si inceppa. La protagonista, casalinga con due bambini piccoli ed il marito perennemente in trasferta, cerca di difendersi dalla solitudine, annaspa, è smarrita, teme di scivolare nella follia come sua madre, cerca disperatamente un interlocutore cui confidare che ha paura di crollare. Non trovandolo, scrive ad una sua amica lontana, in realtà intavola un dialogo con se stessa:

“Ho paura, Neta. Ho paura che se non racconto a qualcuno cosa succede, impazzirò. Non
sarebbe una cosa nuova, Hani, mi dirai. Hai sempre avuto paura di impazzire. Sí, ti rispondo.
Solo che questa volta è per davvero. Un barbagianni sull’albero può passare. Anche due. Ma
cosa succederà se una notte ce ne saranno tre?”

Al terzo piano domina il Super Io, il rispetto delle regole, la morale, l’etica, ma tutto questo non accompagnato da comprensione, rispetto della fragilità, riflessione sulla complessità delle vicende umane.
Seguiamo il flusso di coscienza di una donna, giudice in pensione, vedova di un giudice, registrato sulla segreteria telefonica dove ancora risponde la voce del marito. La solitudine la spinge a scendere in strada e partecipare della vita comune. Si imbatte in un gruppo di psicologi
che si mettono a disposizione della popolazione senza giudicare, dare indicazioni, ammonire. Dopo l’iniziale disagio, sente che è possibile uno sguardo diverso senza ripudiare il senso del giusto. E’ l’unico personaggio del libro che intesse relazioni reali, e, non a caso, l’unico in grado di dare una svolta sostanziale al proprio modo di stare al mondo e riparare antiche ferite.

La narrazione è spesso ironica, a volte esilarante, senza essere superficiale, semmai capace di delicatezza estrema e fine acume nel descrivere le angosce che attanagliano uomini e donne, padri e madri e della deriva che possano indurre se manca una comunicazione profonda; dimostra che non esiste la letteratura di genere, che non bisogna essere donna per capire la solitudine e la fatica di una madre che rinuncia al lavoro ed a una vita attiva per dedicarsi ai figli e, all’inverso, per descrivere lo smarrimento di una donna che sente di non avere “l’istinto materno” e si rifugia nel lavoro per non affrontare il senso di inadeguatezza che la maternità gli suscita.
Nelle storie trasuda una profonda empatia per i personaggi, che, non a caso, sono tutti narrati in prima persona. Ci si immerge anche nella complessità e nelle difficoltà della vita contemporanea, e nel bisogno universale della messa in parola del proprio dolore.

“I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia. “

15 Ottobre 2019

Michel Houellebecq, “Serotonina”

Recensione di Isabella Donato, psicoterapeuta SPC

“E’ una piccola compressa bianca, ovale, divisibile. Non crea né trasforma; interpreta. Ciò che era definitivo, lo rende passeggero; Ciò che era ineluttabile, lo rende contingente. Fornisce una nuova interpretazione della vita-meno ricca, più artificiale, e improntata ad una certa rigidità. Non dà alcuna forma di felicità, e neppure vero sollievo, la sua azione è di tipo diverso: trasformando la vita in una serie di formalità, permette di raggirare. Pertanto aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire – per qualche tempo.”

 

E’ attraverso questo “filtro”, il farmaco che il protagonista assume per non sprofondare nella depressione, che apparentemente impedisce il dolore, che il protagonista Florent-Claude Labrouste, 46 anni, agronomo al ministero dell’Agricoltura, narra di sè , fa un bilancio della sua esistenza e dell’epoca che sta vivendo. E’ un inanellare cinico, disilluso, senza speranza di vicende personali e sociali. Ripercorre tutte le relazioni: in realtà assistiamo ad avvicendamenti di corpi, scopate più o meno soddisfacenti, ritratti ginecologici e di prestazioni, amicizie senza intimità. Viene tradito, tradisce ma nulla importa, persino la certezza di essere stato raggiunto dall’amore non dà sollievo ma viene annegata in una indifferenza raccapricciante.
Il protagonista non cerca comprensione, vuole solo disgustare e dimostrare che l’umanità, lui compreso, fa schifo, che la società si sta sfaldando e scivola verso una globalizzazione dove la salvaguardia della piccole comunità, del tessuto economico delle piccole realtà locali è distrutta e con essa la speranza di vita dignitosa di milioni di persone.
L’unico momento in cui riesce a suscitare tenerezza è quando parla dei genitori, un racconto apparentemente marginale, buttato lì tra le altre digressioni come una vignetta di costume, scopriamo invece che la madre si suicida insieme al padre malato terminale. E’ la conferma di essere sempre sempre vissuto da estraneo, mai incluso in un cerchio affettivo. E il senso di estraneità, di vedere tutto come da dietro un vetro, sempre dal di fuori, senza contatto, pervade tutto il romanzo.
Il fondo si tocca quando chiede aiuto e il medico consultato, oltre a fornirgli il Captoprix, il nuovo preparato serotoninergico, gli comunica che l’effetto collaterale è la perdita di libido e l’impotenza e, solidale con le future difficoltà, gli fornisce un elenco di escort cui attingere nei momenti di bisogno; è la Caporetto della capacità di contatto e di vicinanza, della possibilità di dare senso e speranza alla sofferenza emotiva.
L’impotenza è generale, non solo sessuale, non c’è margine d’azione, tutto ci scorre sopra la testa senza che si possa fare nulla, ed è preesistente al farmaco, che la rende solamente incarnata, oggettiva, esterna ed estranea.
Ma la serotonina infine non basta, oltre all’impotenza dona al protagonista la sensazione che anche spegnere ogni desiderio non “salva” , ma rende solo più facile l’annullamento di sè .

Houellebecq è il cantore dell’epoca delle “passioni tristi” di Spinoza, dell’impotenza, della disgregazione, della perdita di senso e della speranza e, come dicono un filosofo e psicoanalista argentino Miguel Benasayag e un professore di psichiatria infantile e dell’adolescenza Gérard Schmit nel loro libro “l’epoca delle passioni tristi”, del passaggio da un futuro promessa ad un futuro minaccia.
Scrive Umberto Galimberti:” Siccome la psiche è sana quando è aperta al futuro (a differenza della psiche depressa tutta raccolta nel passato, e della psiche maniacale tutta concentrata sul presente) quando il futuro chiude le sue porte o, se le apre, è solo per offrirsi come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, allora «il terribile è già accaduto», perché le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l’ energia vitale implode.
La mancanza di un futuro come promessa arresta il desiderio nell’assoluto presente. Meglio star bene e gratificarsi oggi se il domani è senza prospettiva.
A ciò si aggiunga che le passioni tristi e il fatalismo non mancano di un certo fascino, ed è facile farsi sedurre dal canto delle sirene della disperazione, assaporare l’attesa del peggio, lasciarsi avvolgere dalla notte apocalittica che, dalla minaccia nucleare a quella terroristica, cade come un cielo buio su tutti noi. Ma è anche vero che le passioni tristi sono una costruzione, un modo di interpretare la realtà, non la realtà stessa, che ancora serba delle risorse se solo non ci facciamo irretire da quel significante oggi dominante che è l’insicurezza. Certo la nostra epoca smaschera l’illusione della modernità che ha fatto credere all’uomo di poter cambiare tutto secondo il suo volere. Non è così. Ma l’insicurezza che ne deriva non deve portare la nostra società ad aderire massicciamente a un discorso di tipo paranoico, in cui non si parla d’altro se non della necessità di proteggersi e sopravvivere, perché allora si arriva al punto che la società si sente libera dai principi e dai divieti, e allora la barbarie è alle porte. Se l’ estirpazione radicale dell’ insicurezza appartiene ancora all’utopia modernista dell’onnipotenza umana, la strada da seguire è un’altra, e precisamente quella della costruzione dei legami affettivi e di solidarietà, capaci di spingere le persone fuori dall’isolamento nel quale la società tende a rinchiuderle, in nome degli ideali individualistici.

Freud diceva che “in mancanza della felicità, gli uomini si accontentano di evitare l’infelicità” ,ma oggi anche questo compito, secondo Houellebecq, pare irraggiungibile.

23 Luglio 2019

Han Kang, “La vegetariana”

Recensione di Isabella Donato, psicoterapeuta SPC

E’ la narrazione di un processo di dissoluzione in tre atti:

Tutto ha inizio con un sogno; Yeong-hye, la protagonista fa un sogno con carne,sangue, ancora carne e ancora sangue, dappertutto; da allora rifiuta la carne, non la mangia non la tocca esclude progressivamente ogni contatto “carnale”. E’ una deriva incessante e radicale, una ribellione per sottrazione, negazione, annullamento di sè.

 

E’ sempre un occhio esterno che la descrive, non ha mai voce Yeong-hye: la vediamo attraverso la descrizione del marito prima, del cognato e della sorella poi.

Lo sguardo del marito è sconcertato prima, furibondo e rifiutante poi; Da figura di sfondo, da donna incolore, remissiva, servizievole, rifugio sicuro per la propria mediocrità, la moglie diventa un elemento disturbante. La sua scelta è vista come un atto ostile, un gesto di ribellione all’ordine familiare, alle consuetudini sociali. Più lei si sottrae, più l’ambiente circostante diventa rabbioso, cinico, e violento;

non basta più smettere di mangiare carne…i sogni non si fermano..

Lo sguardo del cognato, artista visionario, è invece erotizzato. Il corpo scarnificato, la sua assenza di vitalità e desiderio è orripilante ed eccitante allo stesso tempo. E’ un’attrazione mortifera, una fascinazione del vuoto, dell’annullamento, simbolizzata attraverso la trasfigurazione vegetale in cui trasforma, dipingendolo, il corpo della cognata;

I sogni smetteranno, adesso?

Si spalanca l’abisso: ciò che è simbolico per l’uomo è aspirazione concreta per Yeong-hye: la trasformazione vegetale come estremo rifiuto della carnalità e della violenza, vagheggiata come come condizione per annullare la sofferenza.

Lo sguardo della sorella, infine, esprime la desolazione di chi viene lasciata sola, abbandonata.

Guarda, sorella, sto facendo la verticale; sul mio corpo crescono le foglie, e dalle mani mi spuntano le radici… Affondo nella terra. Di più, sempre di più, all’infinito…

Yeong-hye ha varcato un confine, a suo modo si è ribellata alla disumanità, alle convenzioni, all’adesione silenziosa a modelli rigidi, lei invece ne rimane prigioniera. Lo stato della sorella la obbliga a risalire al percorso carsico di tutto quello che in superficie appare come incomprensibile.

“Di colpo, fu assalita dalla sensazione di non aver mai davvero vissuto in questo mondo. Era vero: non aveva mai vissuto. Anche da bambina, per quanto indietro si spingesse la sua memoria, non aveva fatto altro che subire. Aveva creduto nella sua bontà connaturata, nella sua umanità, ed era vissuta di conseguenza, senza mai fare del male a nessuno. Si era sempre impegnata, indefessamente, a fare le cose nel modo giusto; tutto il suo successo era dipeso da questo, e lei avrebbe continuato così per sempre. Ma adesso, non capiva perché, di fronte a quegli edifici cadenti e a quelle erbacce, era soltanto una bambina che non aveva mai vissuto.”

Vede il filo sottile che la trattiene tra le fila di chi non crolla, non si lascia andare, resiste per senso del dovere, per paura, per vigliaccheria … perché lo fa qualcuno al posto suo.

E’ solo un sogno

E’ un libro disturbante, crudele, confondente. Ci precipita senza paracadute in un’esperienza psicotica dove il confine tra sogno e realtà si infrange. La quotidianità , la vita della veglia, del non -sogno, è invasa e abitata da elementi onirici.
Il pazzo, dice Kant, è “un sognatore da sveglio”.
Il problema, sottolinea lo psicoanalista Salomon Resnik è che “non può svegliarsi”.

15 luglio 2019

Nadia Terranova, “Addio fantasmi”

Recensione di Isabella Donato, psicoterapeuta SPC

Ida torna nella casa natale, la casa che sua madre chiama “nostra” ma che lei non considera più sua: “negli anni ne avevo ripulito la memoria con accurata violenza”. L’attende un compito apparentemente semplice. Scegliere le cose da conservare e quelle da buttare: “ bisognava che tornassi per scegliere cosa lasciare andare”. Lascia la sua vita adulta in un altra città; prima di partire sogna di annegare.

 

Il rientro a casa è un tuffo in un passato traumatico che ha fermato il tempo: ogni oggetto, ogni crepa sul muro, ogni traccia di umidità richiamano ricordi che erompono come se ci si trovasse “dentro il passato che non è mai passato”.

Nei cassetti c’era ancora la mia vecchia biancheria, tirai fuori una maglietta e chiusi gli occhi per non sentire l’adunata di tutte le cose

Ida sa che deve fare i conti con tutto ciò e una parte di lei è proprio lì per questo; sa di essere cristallizzata, sospesa in una dimensione di isolamento emotivo, unico rimedio ad un dolore tenacemente negato su preciso mandato materno;

Dice l’autrice “ Ida è in dialogo con la luce che la ferisce e con il buio che va a cercare.
Il protagonista è il vuoto, l’assenza; i dialoghi con la madre sono impiegati a togliere.
Il silenzio è il loro dizionario. È un silenzio parlante. Usano delle parole, ma sono parole vuote: parlano dei coprisedie, della frittata, del motorino. Di cose concrete, sì, ma la cosa più concreta che avevano, il corpo di un’altra persona, si è smaterializzata. Io credo che nelle famiglie ci sia spesso, quando c’è una tragedia, un lutto, una lacerazione, un abbandono, una grammatica che si costruisce attorno a ciò che non si dice. Dentro le famiglie vedo più quello che non si dicono piuttosto che quello che si dicono. Quando viviamo nell’intimità con qualcuno costruiamo il rapporto anche su quello che non ci diciamo, su quello che è meglio non dire”.

Nella descrizione di Melanie Klein tutti gli eventi, nei fantasmi, sono avvertiti come causati da oggetti buoni oppure da oggetti cattivi, a seconda della natura dell’evento. Si può pensare, allora, che l’esperienza interna di un evento traumatico corrisponde all’esperienza di essere abbandonato da oggetti interni buoni e amorevoli che proteggono le contengono, e di essere lasciati alla mercé di oggetti odiosi e malevoli che sono percepiti come cause del trauma. Questo è soprattutto vero quando un disastro esterno si verifica realmente, poiché è in tali esperienze estreme, qual è la morte di qualcuno e/o la possibilità di morire noi stessi, che maggiormente ci si aspetta di venire protetti dai propri oggetti buoni .
(Comprendere il trauma, un approccio psicoanalitico. TSC Tavistock Studi Clinici p 69)

Ida si attende un lavoro di recupero, finalmente condiviso, di oggetti e ricordi per poter far scorrere di nuovo il tempo, ma si trova nuovamente sola; la solitudine emotiva in cui la lascia la madre è tuttavia diventata anche una sua modalità di vivere che comincia a vedere non più come unico modo possibile di stare al mondo, ma come una gabbia asfissiante.

Continua l’autrice :”Ida è impegnata in una feroce lotta con il mondo per tenerlo alla larga dal proprio dolore. Un dolore che difende perché vuole viverlo alla sua maniera. In realtà, però, non tiene fuori Pietro, il marito, la loro unione si fonda spontaneamente su quel cancello chiuso. Proprio poiché lui non appartiene a quel trauma, è stato scelto. Lui è l’alternativa, l’unico domani possibile, l’unica persona di cui si sia fidata e che non aveva niente a che fare con la sua infanzia. Il fatto di non dovergli rendere conto di questa faccenda le concede una sorta di libertà binaria: da un lato può essere chi vuole all’interno del suo matrimonio, dall’altro può avere un rapporto con il passato che è solo suo. Senza interferenze.

E’ una narrazione asciutta, lucida e spietata, noi siamo lì con lei, tredicenne costretta a responsabilità adulte, a formulare domande senza risposta, a cercare il senso del dolore ma siamo anche con la donna adulta che cerca di mollare la presa, che affronta la sua storia ed è capace di sviluppare uno sguardo altro, sguardo in grado di connettersi al proprio dolore e a quello degli altri. Non emerge dal dolore, lo attraversa.

Scrive Thomas Ogden :”Una delle motivazioni principali, se non la motivazione principale, per un individuo che non ha sperimentato parti importanti di ciò che è accaduto nella sua vita precoce, è rivendicare quelle parti perdute di se stesso per sentirsi infine completo, comprendendo dentro di sé il più possibile la sua vita non vissuta (non sperimentata). Per me questo è un bisogno universale il bisogno di ogni persona di rivendicare o asserire per la prima volta e, ciò che di sé è andato perduto; nel fare questo realizza l’opportunità di diventare la persona che ha ancora la potenzialità di essere. Facciamo questo a discapito del fatto che il tentativo di realizzare quel potenziale di diventare più pienamente se stessi implica l’esperienza di quel dolore che era stato impossibile tollerare durante l’infanzia e la fanciullezza, e che ha portato alla perdita di importanti aspetti del sé.
…Abbiamo tutti le nostre particolari aree di esperienza che non siamo stati in grado di vivere, e viviamo alla ricerca di queste esperienze perdute, queste parti perdute di noi stessi.
(Vite non vissute p. 63)