IRENE MALASPINA, Rendere accessibile la complessità dei modelli

Buongiorno, oggi ho il compito di aprirvi metaforicamente le porte ed introdurvi in questo luogo di ricerca e di formazione -la Scuola di Psicoterapia Comparata- dove abbiamo l’ardire di provare a prenderci cura di un quello che pensiamo sia un desiderio di verità e autenticità nucleare nel cuore di ogni uomo e che siamo convinti abbia bisogno della lingua dei sogni per evitare di venire parassitato e corrotto dalle istanze di adattamento e controllo proprie delle personalità.

Già in queste poche parole stanno alcuni caposaldi di fondo di quella che è la visione propria di questa scuola. In questo breve intervento, mi pongo due obiettivi.

Il primo è di fare meglio luce su queste righe di introduzione, argomentandole a dovere, per mettere a fuoco e condividere con voi quali siano i punti di repere fondanti la nostra visione relativa all’uomo e alla sua cura.

Il secondo è spiegare come mai definiamo il nostro approccio “comparato”

Ma andiamo per gradi.

Prima cerchiamo di comprendere meglio quali siano gli assunti di base della nostra visione. Il primo enunciato che ho espresso è che noi partiamo dal presupposto che esista un desiderio di fondo nell’essere umano volto alla conoscenza del vero. Questo assunto non può essere dato per scontato senza spendere qualche parola in più. Basterebbe infatti guardarsi intorno per vedere quanto sia facile per gli esseri umani farsi prendere per il naso da un sistema tecnocratico mercantile che genera falsi bisogni, sotto l’assunto che la felicità dipenda dall’avere e non dall’essere, per poi mettere ognuno di noi ai lavori forzati per mantenere un ritmo folle di consumo che sta distruggendo il mondo in cui viviamo. In che senso, allora, osiamo affermare che nel cuore di ogni uomo esista un impulso epistemofilico volto alla verità? Siamo forse dei folli sognatori o dei romantici dinosauri che non hanno mai smesso di credere nelle favole? Beh, ecco, il dubbio è lecito, ma a sostenerci in senso teorico e tecnico stanno 120 anni di psicoanalisi che ci hanno messo nella condizione di esplorare la natura profonda delle mente umana, scoprendone la struttura composita. Quello a cui ci rifacciamo alla radice del nostro immaginare l’uomo è la visione inaugurata da Freud alla vigilia del ventesimo secolo, che, mandando in pezzi ciò che restava della fiducia illuminista nell’Io e nelle sue capacità di alimentare un progresso tecnologico a servizio del bene comune, ha descritto senza sconti la natura conflittuale dell’essere umano; guardando dentro alle profondità della mente, egli ha minato, infatti, la pacificante credenza che per poter essere delle buone persone, capaci di collaborare per il bene comune, basti volerlo. Due guerre mondiali, con tutti i loro orrori, e la sensazione di essere andati ad un soffio dall’autodistruzione di massa, hanno portato la visione freudiana a diffondersi molto profondamente e molto rapidamente, impregnando di sé il comune sentire. Per quanto non sia facile per nessuno ammetterlo, egli ha gettato una luce che rende difficile non vedere quanto l’uomo sia abitato da istanze virtuose ed altre distruttive, che si confrontano e si scontrano lungo tutto l’arco della vita di ciascun “nato mortale”. Ognuno di noi può sperare di acquisire un po’ di libertà e di autodeterminazione solo se si rende faticosamente consapevole della quota di ombra che lo abita e impara a farci i conti. Il secondo schiaffo alla visione moderna della realtà Freud lo assesta mostrando come, per indagare l’intimità che ci abita ed imparare a disciplinarla, occorre aprire le porte ad un funzionamento della mente diverso da quello che utilizziamo durante lo stato di veglia. Egli scopre, infatti, che è necessario invitare una certa “regressione dell’Io” ed indurre uno stato di coscienza lievemente alterato per poter accedere, per via analogica ed immaginifica, a quello che si agita nelle profondità dell’animo umano.

Quindi, per ricapitolare, la nostra scuola si riferisce ad un essere umano immaginato come strutturato in modo composito ed abitato da forze antinomiche. Ritiamo, altresì, che per accedere ad una forma di libertà e responsabilità che ci permetta di intelligere il mondo e fare del nostro meglio nei confronti di noi stessi e dei nostri simili, sia necessario aprirci ad un modo di usare la mente non ordinario ed imparare il linguaggio dell’analogia e delle associazioni.

Questo è il cuore centrale dell’assunto epistemologico da cui partiamo. Essendo questi i presupposti della psicoanalisi classica, sia per quanto riguarda la teoria che la tecnica, ci sentiamo di dire che in questo luogo vengono formati dei terapeuti ad orientamento psicoanalitico.

 

Ora veniamo al secondo punto: se quanto detto fino ad ora è vero, come mai la scuola di definisce “comparata”? La risposta a questa domanda risiede nell’idea che per comprendere l’umano e il problema del dolore e del senso, sia necessario riferirsi a diversi modelli epistemologici, posti su vari livelli gerarchici. Per usare un’immagine guida, possiamo pensare agli antichi modelli cosmologici geocentrici, rappresentati in modo tridimensionale negli astrolabi medioevali. Mi spiego meglio; immaginiamo una serie di sfere concentriche. Al centro sta il nostro core teorico-tecnico. Essendo una scuola che cerca di formare dei clinici, abbiamo scelto di partire da un modello nucleare che risponda al problema del dolore mentale. A questo livello, come detto, abbiamo individuato nella psicoanalisi il nostro migliore alleato, perché pensiamo sia il contributo occidentale più articolato e profondo per indagare e provare a risolvere le conflittualità che stanno al cuore di ognuno di noi.

Al secondo livello di questa gerarchia di sfere sta l’indagine di come gli esseri umani si relazionino tra loro nei gruppi e nelle istituzioni. Per approfondire questi aspetti, durante il percorso formativo della scuola, proponiamo molte ore di lavoro in gruppo di tipo esperienziale, utilizzando diversi modelli teorico-pratici tra cui la gestalt e lo psicodramma, che permetteranno all’allievo di osservare in presa diretta le dinamiche che si attivano quando un gruppo di persone si pone un obiettivo per cui sia necessario collaborare. Non penso di fare nessuno spoiler se dico quanto questa presa di coscienza, ottenuta mettendosi in gioco in prima persona, ponga in evidenza i conflitti e le difese che, come bucce di banane, portano spesso all’impantanamento anche dei migliori progetti comunitari. A questo livello del nostro lavoro con gli allievi, i modelli relativi al mondo intrapsichico vengono posti in tensione dialettica con quelli più sistemici, sviluppati meglio da altri orientamenti, che descrivono e aiutano ad imparare a gestire le dinamiche nei gruppi.

Ad un terzo livello cerchiamo di riflettere su come la psicoterapia si relazioni alle altre scienze mediche per la cura della salute. Su questo piano, il discorso si sposta sui diversi modelli di malattia mentale, sulle risorse della sanità, sulla necessità di sviluppare un linguaggio scientifico capace di parlare con le istituzioni. Per fare luce su questo, alcuni colleghi mostreranno diversi sistemi diagnostici utilizzati per definire i disturbi psichici in uso nel mondo medico-scientifico e gli strumenti di ricerca atti a raccogliere e descrivere in modo confrontabile il lavoro di uno psicoanalista, qualora si dovesse relazionare con altri attori del teatro medico-sanitario-legale-amministrativo.

Un ultimo livello di indagine è quello di inserire il lavoro clinico per la trasformazione del disagio personale in un quadro di senso più ampio che chiami in causa gli interrogativi dell’uomo circa il senso del suo effimero transito terreno. Il tentativo non è dei più semplici e, come ovvio, la parola va data ai filosofi e ai poeti, che hanno interpretato meglio di qualsiasi altro le difficoltà e l’eroismo necessario all’essere umano per vivere accompagnato dalla consapevolezza della propria mortalità. Riteniamo che questa ampiezza di riflessione, per quanto vertiginosa e quindi mai indagabile in modo esaustivo, sia quanto mai necessaria in un tempo di crisi come questo in cui, se l’uomo non vuole estinguersi, ha bisogno di invertire la rotta su molte questioni di fondo su cui si verificano vere e proprie emorragie di senso e di risorse.

 

Concludo con queste parole il mio intervento, nella speranza di aver dato una fotografia generale, anche se certamente non dettagliata, della visione di fondo che sostiene la nostra passione nel fare crescere e formare colleghi chiamati al compito di mettere a dimora la loro energia per la propria crescita personale e quella di chi gli si rivolgerà in cerca di sostegno ed ispirazione, onde coltivare il sogno di una umanità capace di contenere e trasformare le istanze distruttive della mente. Ci auguriamo che provare a sviluppare, affinare, praticare ed insegnare strumenti così vari e complessi renda l’idea di un possibile sviluppo della capacità di collaborazione sinergica e creativa tra esseri umani qualcosa di meno di una sciocca chimera.

STEFANIA MAGNONI, Formarsi senza conformarsi

Per raccontarvi della nostra Scuola ho scelto un tema che a me è caro, ma temo e so essere davvero molto vasto. Vorrei quindi limitarmi ad alcune suggestioni nella speranza di suscitare almeno un po’ di curiosità, domande e desiderio di fare un onesto check personale che vi aiuti a sentire se questo è il mestiere che state cercando e se il nostro modo di intenderlo e trasmetterlo risuona sintonico con le vostre aspirazioni.

Come fil rouge tengo l’essere umano, la sua complessità, la sua imperscrutabilità e le sue risorse.

 La psicoterapia è quel mestiere che voi forse volete imparare e che noi vogliamo in qualche misura decostruire come mestiere e presentare come un’esperienza esistenziale trasformativa che porta ad un modo di guardare a noi stessi, all’altro, al mondo, con occhi, mente, emozioni, vivi veri, capaci di ascolto e di messa in gioco.

 

La psicoterapia è un avere cura attraverso la parola, ma attualmente fermarsi qui ci pare che non basti.

 La parola per essere capace di restituire senso alla vita deve essere parola vivificata dagli affetti. 

Parola viva che sorge da una mente partecipe alle vicende emotive che si articolano sulla scena analitica, dentro uno spazio di gioco tra terapeuta e paziente che permetta un incontro emotivo profondo, il solo in grado di rendere pensabile e rappresentabile il dolore muto che una richiesta di terapia spesso sottende. 

Ecco che ho introdotto qualcosa di importante: dobbiamo imparare ad ASCOLTARE

Ascoltare non solo le parole dette, questo lo sappiamo già, lo abbiamo appreso pian piano nel tempo della crescita. Dobbiamo diventare capaci di ascoltare gli spazi ‘tra’ le parole, i non detti, le pause, le modulazione della voce, i silenzi … dobbiamo diventare sensibili anche a quanto l’interazione produce in noi perché questo è un segnavia importante: “due esseri umani spaventati in una stanza”, cosi Bion descriveva la coppia analitica. 

Acchiappiamo allora un altro elemento: lo SPAVENTO

Spavento non è né panico né angoscia, ma tensione emotiva di una mente che si dispone ad avvicinarsi alla dimensione ignota dell’altro con curiosità rispettosa, delicatezza, umanità. 

È la tensione emotiva che coniuga affetti, capacità di aspettare che il processo di cambiamento si sviluppi senza anticiparlo con movimenti che hanno radici negli elementi difensivi del terapeuta, più che nel bisogno del paziente in quel momento.

Quindi bisogna anche imparare ad ASPETTARE, ad aver FIDUCIA, fiducia nel processo, fiducia nella nostra capacità di metterci in gioco, fiducia nelle risorse del paziente.

La posta in gioco non è piccola: siamo disposti a procedere gradualmente, con la stessa delicatezza, rispetto, umanità che riserveremo ai nostri pazienti, anche all’interno di noi stessi per diventare capaci di essere ‘per ciascun paziente ‘quel terapeuta di cui ha bisogno in quel momento storico’? se sì, il guadagno in termini di benessere emotivo, di possibilità di sentirsi vivi, veri, partecipi in prima persona della propria vicenda umana, secondo me ripaga ampiamente la fatica, la dedizione, la LENTEZZA con cui tutto questo avviene. 

Forse comincia ad intuirsi la complessità, la profondità, la bellezza di un processo di formazione.

Formazione non è dare dall’esterno un forma a qualcuno o qualcosa che forma non ha. 

È porre in essere le condizioni più favorevoli perché un essere umano sia sostenuto, aiutato, incoraggiato a dare spazio a ciò che non ha ancora trovato modo di esprimersi, perché possa accedere al suo idioma personale, possa riconoscersi e avere il coraggio di ‘sentire quel che sente e pensare quel che pensa’. 

 Certamente la mente di un giovane aspirante terapeuta ha bisogno anche di essere nutrita del pensiero dei ‘progenitori analisti’, deve poterli frequentare con impegno, deve poterne assorbire le potenzialità creative e poi ‘dimenticarli’ mentre è con il suo paziente perché è la sua sensibilità, il suo sguardo umano, libero da giudizi e pregiudizi, che contribuirà a costruire un legame che sarà capace di forze trasformative per entrambi: paziente e terapeuta.

Formazione è quindi un processo, lento e trasformativo di consapevolezza e amore. 

Amore inteso come passione che ci conduce ad esplorare territori noti e meno noti con sguardo sempre nuovo: nulla è ripetitivo, il simile non è mai l’identico.

Amore inteso anche come eros, come energia vitale che scorre potente nel legame con i nostri pazienti e che ci farà sperimentare un ‘intimità emotiva’ tanto preziosa quanto rara nel comune commercio umano. Da questa intensa intimità può essere che ci ritraiamo spaventati e che sia forte la tentazione di schermarci dietro procedure e protocolli, ma l’umanità – il nostro fil rouge- ha bisogno di coraggio, preciso senso dei confini, dedizione e integrità per potersi fidare dell’autenticità della nostra proposta terapeutica, e quindi avere, spesso per la prima volta, il coraggio di manifestarsi sulla scena.

Questa prospettiva fa sì che con sincerità possiamo dire che uno psicoterapeuta contento di esserlo, curioso esploratore di mondi nuovi ha la fortuna di fare il lavoro più bello del mondo.

Penso che diventi abbastanza chiaro che formazione non può essere una richiesta di adesione formale ad un pensiero – per quanto corretto e riconosciuto dalla comunità scientifica- di cui mimare gli aspetti formali, senza coglierne lo spirito e la forza ‘disturbante’.

Sì perché tutto ciò che ci invita ad andare oltre, a non stare nel mondo come turisti di un viaggio organizzato, ma come viaggiatori che esplorano terre non ancora battute, disturba, a volte anche profondamente, i nostri tentativi di ‘accontentarci’ del noto, usarlo come una formula passe par tout, sentirci detentori di una verità immutabile che avrebbe il potere di farci sentire con le risposte in mano.

Ecco forse questa è la tentazione più rischiosa, credo in ogni legame tra esseri umani, ma ora ci stiamo occupando della coppia analitica. Una buona formazione deve mettere in grado il giovane terapeuta di riconoscere questo rischio, sempre presente, in modo che possa evitarne le rapide

Una buona formazione non deve essere presuntuosa, non deve perseguire onnipotentemente l’esaustività, la perfezione, il tutto. Deve aiutare ad attivare le doti, le inclinazioni di ciascuno e a riconoscere e a essere tolleranti verso i limiti individuali e dell’umanità in generale

Formare ‘quanto basta’, potrebbe essere un’indicazione. Certo il quanto basta non è fisso, varia con il variare delle condizioni e per questo mi pare ricco di dinamicità. 

Ricorda un po’ la madre sufficientemente buona … in fondo nelle vicende umane non dobbiamo mai tendere alla perfezione ma alla verità, all’intensità e non al ‘massimo’.

Formazione quindi come cura e attenzione alle potenzialità di ogni singolo allievo che possa scoprire in se stesso risorse, coltivare con passione la sua capacità di essere e diventare profondamente umano: possa cioè perseguire una strada esistenziale dove la sua verità trovi spazio e espressione attraverso gli affetti e le costruzioni di falsificazione del reale vengano decostruite

Perché –come ci dice Ferro- Il nostro sapere è più simile ad un formaggio svizzero pieno di buchi che ad un parmigiano e può accadere che passiamo il nostro tempo a tappare i buchi usando dei trompe-l’oil per fingere e convincerci che li abbiamo tappati (religioni, fanatismi, teorie).  

È una formazione al sentire che fonda l’essere. Ha a che fare con l’accesso alla propria creatività, dopo che un po’ di lavoro è stato fatto per aiutare la mente a tollerare l’incertezza, ad aspettare che una configurazione prenda forma, a non essere paralizzata né dall’insuccesso, né dal successo.

Si apre così lo spazio del gioco, quella grande intuizione winnicottiana che ci introduce ad un sapere che superi la struttura binaria su cui si fonda il pensiero occidentale per muoversi verso una pacifica coesistenza degli opposti. Possiamo abitare uno spazio potenziale in cui le menti si incontrano senza dover sciogliere le contraddizioni, senza contrapporsi, ma reciprocamente ‘contaminandosi’ del sentire dell’altro, per far nascere qualcosa di nuovo e co-creato.

È lo spazio ludico che ci fa parlare di una psicoanalisi giocosa in cui le intense esperienze emotive che ‘accadono’, sono espressione di un processo di crescita e trasformazione che rendendo tollerabile soffrire il dolore, apre anche al gioire la gioia.

So di non avervi parlato di molte cose… ma per ora mi fermo qui

   

ISABELLA DONATO, Prendersi cura o guarire

 

Partirei dalla fine considerando il significato della parola “guarire”

E’ un termine magnifico e terribile. Nella definizione è implicito il fine, la meta.

E’ il raggiungimento del benessere del paziente. 

Per un medico è il risultato ottenuto dalla messa in campo della sua competenza e  professionalità. 

E’ l’esito di una diagnosi corretta.

In campo psicoterapico la situazione è più complessa, in quanto concetti come diagnosi, normalità, cura rischiano di fatto di relegare  la persona che chiede aiuto in una dimensione categoriale scotomizzando la sua unicità.

Certo la diagnosi, ci dice Lingiardi, è il primo strumento per cercare di conoscere il paziente  e se consente di capire cosa una persona è più che qualcosa che la persona ha, sarà sempre il colloquio clinico a fornire la chiave della conoscenza. E’ solo nell’incontro con la soggettività dell’altro che possiamo ricondurre la problematica alla sua personalità e il sintomo al suo funzionamento psichico.

La diagnosi ci dice dove siamo, in che ambito ci muoviamo è una mappa di riferimento ma non dà nessuna indicazione di sul percorso da seguire, non sappiamo cosa dovrà diventare il paziente per stare meglio, la guarigione è un’astrazione  ed è qui che entra in gioco il “prendersi cura” 

La cura, ci dice Luigina Mortari, filosofa, è  ontologicamente essenziale; protegge la vita e coltiva le possibilità  di esistere.

Non esisteremmo se qualcuno non si fosse preso cura di noi. È la cura che fa fiorire l’essere. 

Fare pratica di cura è  dunque mettersi in contatto con il cuore della vita.

La cura è  la dedizione a cercare la migliore qualità di vita possibile, quella che consente di attualizzare le differenti possibilità proprie dell’essere.

Quando si è in salute si percepisce il proprio essere come un centro vivo. 

Una vita piena è una vita sentita in ogni istante, in ogni atto, anche quello apparentemente più insignificante. 

Ma quando si soffre si sperimenta l’impossibilità di alternative; si fa esperienza di una radicale passività, ci si sente schiacciati ed inermi.

 

Ecco che l’aspirazione  e’ quella di essere alleggeriti dalla vita, si vorrebbe una forma di sovranità sul proprio esserci non per sentire l’energia vitale, bensì per indebolire, anestetizzare la sensibilità fino al punto da non sentire più, per non sentire il dolore, per rallentare la presa della sofferenza che erode la forza vitale.

Quando la cura come terapia si fa carico della persona nella sua interezza allora non è solo riparazione di qualcosa che si è inceppato ma è cura intera dell’essere. 

Ecco che il sintomo in questa visione diventa periferico, marginale in quanto non possiamo limitarci a far sì che cessi ma dobbiamo consentire le condizioni per cui riprenda o si consenta, forse per la prima volta, la possibilità di sviluppo di una pienezza vitale.

Tutto ciò che mettiamo in campo nel nostro essere in relazione col paziente è  consentire che  ciò che ha interrotto uno sviluppo pieno dell’essere possa essere superato, elaborato, sognato.

Giuseppe Pellizzari sottolinea come nell’avere cura dell’altro entra in gioco prepotentemente ed inevitabilmente la nostra personalità,  il  nostro modo di essere che traspare dagli oggetti che scegliamo, dal nostro tono di voce, dalla  nostra sensibilità.

Per questo motivo, non solo la nostra personalità  non va temuta ed elusa, ma va coltivata. Occorre imparare a fidarsene . Occorre amarla. 

La sensibilità soggettiva è un po’ come il corpo, il corpo emotivo dello psicoterapeuta, che bisogna imparare a sentire e a conoscere. 

Il modello teorico è il risultato di un’esperienza. A meno che non lo si assuma come un dogma che, come tale, impedisce l’esperienza appunto, per fare esperienza è necessario conferire ai modelli una qualità puramente ipotetica e orientativa, e assumere come guida la propria sensibilità un po’ come quando un esploratore porta con sé le sue preziose mappe, ma assume una guida locale per inoltrarsi in territori sconosciuti.

La propria sensibilità soggettiva, unitamente alle mappe delle teorie di riferimento, va dunque assunta come strumento di indagine e conoscenza, strumento che l’esperienza si incaricherà di tarare, simile allo strumento musicale che venga man mano accordato, prima con difficoltà poi con sempre maggiore naturalezza e precisione. 

Avere cura dell’altro è prima di tutto offrire uno spazio fisico e mentale . 

 Partiamo da un esempio apparentemente marginale,  la cadenza delle sedute.

 Agli gli apprendisti terapeuti, ci dice Giuseppe Pellizari, viene spesso sottolineato quanto sia importante non modificare per quanto possibile la frequenza della seduta. Chi ha avuto a che fare con neonati avrà  osservato che questi hanno bisogno non solo del contatto cutaneo, ma anche di venire cullati, di percepire un leggero movimento che è segnale di vita; l’improvviso arresto di tale movimento diventa segnale d’angoscia, suscita allarme come di fronte una minaccia e così un’improvvisa accelerazione. 

Si ha la sensazione di precipitare, di non essere più sostenuti da nessuno. È il ritmo che ci sostiene.

La difficoltà dell’artificio rigido e faticoso delle sedute che avvengono ad orari  fissi, con un tempo stabilito, sempre nello stesso posto, dove si finisce inevitabilmente per parlare più o meno sempre delle stesse cose con piccole variazioni, riproduce un ritmo naturale e umano di presenza e assenza, di giorni e notti, di distruzioni e ricostruzioni.

Altro esempio di dispositivo di cura inteso come elemento fondante la relazione e prima ancora della parola,  è  la stanza d’analisi, il nostro studio..

Pellizzari ci dice : “mi colpisce l’idea della stanza che cura. La stanza non è più  semplicemente una stanza , è  un luogo vivo….la madre prima di essere  riconosciuta  come persona dal suo bambino, viene percepita come una cosa. È  un luogo, un paesaggio, una stanza che cura…la stanza d’analisi è  contemporaneamente un luogo fisico e mentale, è  insieme la’ fuori e qui dentro. È  un luogo fisico che diviene  inconfondibile per il paziente e l’analista. Il paziente finisce per identificare questo luogo con la persona dell’analista; entrare in questa stanza è  come entrare dentro di lui, è  come se fosse un territorio vivente. ..

Se permettiamo alla nostra sensibilità  di stabilire un  rapporto di profonda vicinanza con con l’altro allora, prima delle nostre interpretazioni, prima delle chiarificazioni dei meccanismi che hanno portato al sintomo alla sofferenza,  sarà la nostra capacità di reverie ovvero la possibilità di sintonizzarsi ad aiutarci a trovare le parole giuste, quelle che toccano come dice Michelle  Quinodoz, una metafora, un’immagine che consentirà al paziente  di dire “ecco è  proprio così …

Ma più frequentemente siamo costretti a muoverci a tentoni, per tentativi ed errori, e tutto procede o non procede affatto in modo più complicato e contorto. Tuttavia percepire la relazione terapeutica come qualcosa di naturale comporta la necessità di tollerare momenti durante i quali non è affatto così. Diverse volte la nostra voce  suona stonata, i nostri gesti ci appaiono poco sciolti. È come se dovessimo accordare uno strumento musicale fino a trovare la giusta tonalità, la giusta sintonia; a volte ci riusciamo a volte no. Comunque anche quando non ci riusciamo, il mestiere consiste nell’utilizzare questo fallimento come qualcosa che ci deve far  pensare, che ci costringe a riflettere, che ci impone di cercare di capire qualcosa che ancora ignoriamo e che ci crea disagio. 

Del resto, un eccesso di armonia, di sintonia, di facilità, di naturalezza nella relazione col paziente, paradossalmente non è per niente naturale.

La naturalezza infatti comporta anche lo sforzo, la confusione, andare a tentoni, il non capire.

 Bion ci dice che …” quando ci accostiamo all’inconscio, che è ciò che non conosciamo e non ciò che conosciamo, noi, paziente e analista insieme, siamo certi di essere turbati. Chiunque debba vedere un paziente domani dovrebbe sperimentare, a un certo punto, la paura. Nella stanza d’analisi ci dovrebbero essere due persone piuttosto spaventate: il paziente e l’analista. Se non lo fossero ci si potrebbe chiedere perché si stiano tanto preoccupando di scoprire ciò che ciascuno conosce.”

La psicoterapia ci dice G.Pellizzari è un atto creativo, non riabilitativo e in quanto tale non può ridursi ad avere il sintomo come oggetto di cura come un corpo estraneo da estirpare. Spesso il sintomo è l’unico modo possibile che il paziente ha potuto mettere in campo per sopravvivere e dunque va maneggiato con cautela prima di smantellarlo. 

Avere cura quindi non è riportare ad uno stato quo ante,non sappiamo cosa significa star bene ma che la possibilità di una vita piena trovi le condizioni di sviluppo.

ANTONINA NOBILE FIDANZA, Il male minore: la supervisione

Quindi abbiamo l’obiettivo di diventare specialisti della relazione! La relazione con le persone (gli oggetti esterni) e la relazione tra gli oggetti interni (immagini, fantasie, sogni, costruzioni approssimative, pezzi e frammenti: che sono risultato del nostro unico e personale modo di aver sperimentato il mondo e gli altri intorno a noi). Sappiamo che esiste un mondo interno ma l’abbiamo esplorato a sufficienza? Siamo attrezzati per l’esplorazione? E poi oggetti interni a chi? Al paziente ovviamente, ma intanto io che dialogo posso intrattenere con i miei oggetti interni che sicuramente, a mia insaputa, dialogano tra loro e con gli oggetti interni del paziente?
Forse con le scoperte e i movimenti della propria analisi freschi freschi, abbiamo già iniziato a lavorare e siamo presi da entusiasmo per i nuovi compiti, oppure abbiamo iniziato un tirocinio in cui ci sono stati affidati dei pazienti gravi e siamo spaventati e disorientati. Però ci sentiamo pronti: abbiamo un bagaglio notevole di conoscenze e pensiamo di trovare facilmente le parole giuste per confortare, sostenere, al limite favorire un cambiamento nell’atteggiamento del paziente.
Poi accade che, nonostante la nostra disposizione accogliente e capace di partecipare emotivamente a ciò che il paziente ci porta, arrivino emozioni impreviste, a volte sconosciute, spesso troppo forti. All’improvviso tante certezze traballano che fare? Studio di più, non sono capace, cerco un altro metodo, all’estremo … cambio mestiere. Crolla l’idea di performance cioè mi sono preparato bene, quindi mi aspetto di riuscire a fare bene le cose.
Traballa l’autostima, le nozioni di giusto e sbagliato cominciano a non aver più senso, il perfezionismo non è più praticabile. Tutto questo dramma che ho delineato in pochi tratti, spesso è molto più complesso e pesante, richiede aiuto, richiede qualcuno che abbia già percorso questo impervio sentiero e ne sia venuto fuori: il supervisore!
Super… cosa: super io? Che giudica gli errori. Super eroe? Che risolve dubbi e problemi? Ma no: un collega con un po’ più di esperienza che ci accompagni in questo percorso da lui/lei già vissuto.
La nostra scuola ritiene che la supervisione sia il modo elettivo per imparare ad attivare uno sguardo diverso e nuovo sulla relazione in cui l’apprendista terapeuta si impegna con attese e timori.
In effetti lo specializzando può contare sulle sue emozioni che guidano la sua intuizione ma non sa e non può all’inizio che usare la sua mente, il suo cuore e la sua ragione per trovare le parole che immagina giuste, e quando comincia a scoprire che a volte non accade quello che si aspetta, si trova in una condizione estremamente spiacevole. In contraddizione con la passione che ha messo nella scelta del percorso e negli studi.
Ci viene in soccorso Albert Einstein una mente eccelsa che diceva:
LA MENTE INTUITIVA E’ UN DONO SACRO
E LA MENTE RAZIONALE E’ UN FEDELE SERVO.
NOI ABBIAMO CREATO UNA SOCIETA’ CHE ONORA IL SERVO
E HA DIMENTICATO IL DONO.
Aiutare ad apprezzare e coltivare l’intuizione, non lasciare che sia offuscata o travolta dalle emozioni (che a loro volta vanno accolte, contenute ed trasformate) e imparare a convertirla in parole che facciano sentire il paziente accolto e capito e di esser finalmente nella verità, è il lavoro della supervisione. Un lavoro a quattro mani in cui la relazione col supervisore aiuta a lasciare il bordo delle certezze e cominciare a fidarsi che si può galleggiare nella relazione, nuotando con le proprie forze, anche se sotto di noi ci sono abissi e intorno correnti che possono trascinare o essere attraversate.
Ma non si impara a nuotare da un manuale! Si può solo apprendere dall’esperienza e per fare questa esperienza è importante essere guidati da chi l’ha già fatta e può mostrare gli scogli o le secche in cui si è già imbattuto ed essere invitati a provare fino ad acquisire fiducia nei propri mezzi e umiltà utile a sapere che, a priori, puoi solo tracciare la rotta, ma navigare è tutt’altra cosa. Chi ha scelto questa professione può avere molte motivazioni alcune chiare altre da scoprire nel tempo, ma soprattutto sappiamo che mettere a frutto la propria creatività aiuterà il paziente a sviluppare la propria, ma anche il supervisore amplierà le sue conoscenze nel vedere aprirsi col suo sostegno nuovi mondi e nuove capacità che rendono la collaborazione con il giovane terapeuta emozionante, costruttiva e nutriente anche per lui/lei.
Perché ho intitolato queste poche parole ‘Il male minore’? Perché per essere di aiuto nel percorso terapeutico dobbiamo passare dal ‘saper fare’ al ‘saper essere’ e poter tornare al ‘saper fare’ cambiati dal nuovo modo di essere. E non si può contare per giungere a questo solo su se stessi, sul proprio profondo desiderio di prendersi cura o guarire. Molto spesso verrebbe voglia di evitarla la supervisione, perchè mostrare con la maggiore sincerità possibile quello che si è fatto nel chiuso del proprio studio nella propria relazione terapeutica, sapendo che l’occhio attento del supervisore vedrà cose che non abbiamo visto, brucia un po’. Sorprendersi spesso a dirsi ‘ma come ho fatto a non vederlo, a non capirlo, a non sentirlo’ è pesante.
Tuttavia i rischi di confrontarsi con la patologia sono quelli di esserne contagiati e travolti (burn out), perdere il confine tra sé e l’altro, sentirsi rifiutati (perdita di pazienti, sensi di colpa e avvilimento), danneggiare credendo di far bene e non apprendere la molteplicità e la complessità dei movimenti emotivi in gioco (contribuendo al pensiero che la psicologia non serva a niente e gli psicologi dicono cose ovvie).
La supervisione aiuta a non colpevolizzarsi di non essere capaci, laddove in realtà non si è semplicemente ancora imparato, ma a comprendere quello che è accaduto nel gioco relazionale.
Può anche aiutarci a vedere che dove noi ci sentiamo tranquilli e pensiamo di aver lavorato bene possono esserci rischi e pericoli che non ci sono apparsi.
La supervisione ci può anche confortare quando siamo avviliti per reazioni aggressive o regressive del paziente, perchè ce le può mostrare come progressi evolutivi o addirittura miglioramenti… che stupore.
La supervisione sia individuale che in gruppo fa parte del corso di specializzazione, ed è un’opportunità che ci abitua a condividere la responsabilità del paziente.
E a questo proposito teniamo presente che gli psicoterapeuti sono i detentori di un’altra responsabilità ci dice Meltzer quella di incarnare, il conflitto tra l’inconscio infinito e i piedi per terra nella dura ma bella realtà, conflitto da imparare a gestire ma che non possiamo illuderci di sciogliere una volta per tutte.
Ma in studio con o senza supervisione siamo soli col paziente. Due persone spaventate in una stanza… all’inizio. Poi ci si conosce, ci si abitua l’uno all’altro e scatta il rischio di non sorprendersi più.
Il cercare di comprendere, stare nel non capire e essere certi del non sapere e lasciarsi attraversare momento per momento dal dialogo incessante dei nostri mondi interni anche quando tacciono le parole, è la nostra fatica di terapeuti.
La supervisione ci accompagna soprattutto nei momenti di sconforto, di insuccesso, di dolore per poter imparare come farvi fronte e riacquisire la fiducia e la speranza che ci permetta di vedere i segni di cambiamento.
Ci accompagna nello stupore che ci prende quando vediamo maturare la persona che ci si è affidata, mentre maturiamo noi con lei, sapendo che il nostro percorso di crescita se ben avviato non finirà mai.
Il supervisore, come amichevole compagno di viaggio, dovrebbe sostenerci ad affrontare le fatiche di uno sguardo ‘terzo’ quando ancora non siamo allenati a stare dentro la relazione col paziente e, contemporaneamente a stare dentro di noi e prendere distanze sufficienti a mettere a fuoco ciò che emotivamente accade e trovare parole e silenzi che traducano i movimenti e gli arresti nella relazione.
Il supervisore ci accompagna a volte per una gita in collina, a volte una scalata impervia, a volte una via crucis e in ogni caso la supervisione ci impegna a vigilare perché altrimenti se ci lasciamo un po’ andare, trascuriamo un piccolo avvertimento, sorvoliamo su una difficoltà rischiamo di scivolare piano piano nell’esperienza del noto esperimento sociologico delle ‘finestre rotte’ che ci mostra, come l’incuria e l’abbandono, ovvero il non prendersi cura di sorvegliare e di riparare, incrementi la distruttività e l’indifferenza rispetto a se stessi, agli oggetti e alla relazione.
Di fronte ad un compito così complesso, per evitare il ritiro dalle fatiche emotive della creatività, e precipitare nel regno della posizione schizoparanoide, abbiamo il compito, ci dice sempre Meltzer, di ricercare la bellezza, che non riguarda solo l’arte , ma anche l’amore per la vita, intesa in senso bioniano come amore per la verità, amore per la ricerca, per il nostro lavoro e soprattutto per la scoperta del funzionamento della mente.
Quindi la supervisione sperimentata durante il corso, può essere vista sì come componente del processo di apprendimento e maturazione, ma dovrebbe anche preludere alla abitudine di confrontarsi, dato che il nostro è un lavoro che si esercita in solitudine. Quindi proprio perché una solitudine fruttuosa non divenga isolamento doloroso, il confronto con colleghi e ogni tanto la consapevole richiesta d’aiuto ad un supervisore, dovrebbe far parte del bagaglio con cui si intraprenderà la bella avventura di questa professione.

GIOVANNA CAPELLO, Movimenti creativi e trasformativi nella relazione analitica

Oggi vorrei parlarvi di come la neutralità dell’analista nel lavoro con il paziente sia, ormai, un termine un po’ polveroso e obsolescente, o  – almeno – sicuramente da rivisitare alla luce di quanto la psicoanalisi attuale dia spazio e valore al coinvolgimento, all’interno della coppia paziente/terapeuta. E ve ne parlerò facendo riferimento alla Teoria del Campo Analitico …

Partiamo dalla cosa più semplice: cominciamo a dire che cosa il Campo non è … il Campo analitico non è un luogo dove si muove e si snoda la vita mentale del paziente, mentre l’analista – mantenendosi ai margini di quel luogo – osserva, intuisce, comprende e quindi, attraverso l’attività interpretativa, trasforma il luogo stesso. Se così fosse, staremmo descrivendo una specie di acquario, al cui interno nuota il paziente e, dietro il vetro, siede attento e calmo l’analista … ma il luogo dell’analisi non è un acquario: l’analisi, nella prospettiva che vi sto proponendo, si svolge in un Campo, e il campo evoca l’immagine di un terreno – orto o giardino – dove si fatica in due a dissodare, seminare, irrigare e trasformare in raccolto. Oppure, in alternativa, evoca l’immagine di un campo di calcio, dove si gioca in due. Il movimento trasformativo – che da qualsiasi psicoterapia è legittimo aspettarsi – nasce quindi dalla relazione e nella relazione genera cambiamenti che, come vedremo, coinvolgeranno entrambi, terapeuta e paziente, se pure in modo diverso.

Il pensiero psicoanalitico ha preso da tempo le distanze dall’immagine dello psicoterapeuta e del paziente come soggetti separati da un immaginario vetro, e si è allontanato quindi dall’idea dell’analisi intesa come processo centrato sulle dinamiche intrapsichiche del paziente: sono stati Willy e Madeleine Baranger, psicoanalisti argentini, a utilizzare il concetto di Campo inteso “non come una situazione dove una persona è di fronte a un’altra, indefinita e neutrale, ma come una relazione tra due individui strettamente uniti, complementari e coinvolti nello stesso processo dinamico.” Questo, nel 1962, in Argentina. Da sessant’anni, quindi, la psicoanalisi si muove in questa direzione, ma da allora il modello teorico clinico di Campo ha ricevuto nuovi e profondi apporti, contaminandosi – grazie agli apporti di autori che, nel frattempo, avevano percorso altre strade: mi riferisco, in particolare, a Bion … ma è proprio nella psicoanalisi italiana che la concettualizzazione del Campo ha occupato e occupa un ruolo di primo piano, grazie ad autori quali Corrao, Bezoari, Ferro, Basile, Civitarese … mantenendo viva questa sua naturale predisposizione – come è stato scritto – al “meticciato”, all’incontro e all’intreccio creativo di saperi diversi … questo, in brevissima sintesi, il viaggio che ha fatto e continua a fare la teoria, che ora però lasciamo riposare, mentre vorrei lasciarvi, piuttosto, qualche suggestione …

Parlavo di gioco: e perché il gioco in seduta possa attivarsi, l’analista ha bisogno di collocarsi nello stesso luogo mentale abitato dal paziente, condividendone le emozioni e mettendo in gioco la propria risposta emotiva al conflitto inconscio che il paziente “gioca” nel campo. Lasciandosi contaminare da questi stati mentali che sono – e a lungo permangono – primordiali, indifferenziati, non ancora pensabili e rappresentabili.

In questo consiste la specificità tecnica straordinaria della teoria del Campo, che la distingue dalle altre teorie relazionali: il peso che viene dato alla fantasia inconscia di coppia. E se i pensieri che circolano nel campo non sono ancora pensabili, allora la mente del terapeuta dovrà per forza disporsi all’ascolto non solo dello sconosciuto pensatore che si trova di fronte, ma anche dello sconosciuto pensatore inconscio che abita dentro di lui, affrontando e tollerando, per tutto il tempo necessario, l’ignoto.

Non è facile avventurarsi in questi territori misteriosi, di confine, accogliendo emozioni, del paziente e proprie, che non sono ancora nate al pensiero e che – come scriveva Bion – sono alla ricerca di pensatori che le accolgano e le sappiano trasformare … perché questo accada, il nostro bagaglio teorico è indubbiamente importante, ma non sufficiente. Anzi, spesso può essere una difesa, e diventare un ostacolo al processo. E allora è il paziente – come ci dice Bion – a rivelarsi il miglior collega che l’analista possa avere: se davvero lo ascoltiamo e ci ascoltiamo, è lui a segnalarci la necessità del non situarci ai margini, ma dentro l’esperienza analitica.

Campo 1. Uno psicologo che somministra il test di Rorschach a una bimbetta (“Cosa vedi?” “Vedo un signore grande che mostra a una bambina il test di Rorschach”). Che cosa sta dicendo la bimbetta a questo psicologo, dall’aria piuttosto presa dal ruolo? Gli sta dicendo: “Scendi da quella poltroncina e vieni dentro! Non mi aiuta a stare meglio dire a cosa assomiglia una macchia nera sul foglio, attribuendole un significato che poi tu interpreterai! Ho bisogno di vedere te che giochi con me a fare le macchie nere! Per divertirci, o anche spaventarci, e magari alla fine capire, insieme, cosa vogliono dire…”

Senza nulla togliere all’utilizzo diagnostico del Rorschach, sono qui a ricordare che il rischio di tentare di “somministrare” il nostro sapere, le nostre intuizioni, le nostre competenze e le nostre credenze all’altro, è sempre dietro l’angolo … ed è questo rischio, che ci proponiamo di insegnare a evitare.

Quindi, stare nel Campo con il paziente non consiste nel “leggere l’altro” illudendoci di trasformare l’ignoto in verità rivelata attraverso i nostri strumenti di comprensione e interpretazione, ma significa allargare gradualmente lo spazio pensabile, tollerando di “non sapere” quel che ancora non è esplorato o esplorabile … eccoci, allora, arrivati a maneggiare questi misteriosi “pensieri non nati”. Nel Campo, infatti, si aggirano per molto tempo oscuri personaggi sotto forma di immagini, frammenti traumatici, fantasmi passati, schegge oniriche, sintomi … in effetti, credo di essere stata imprecisa, quando ho paragonato il Campo a un campo di calcio dove si gioca in due: in realtà, ce ne accorgiamo presto, non siamo mai soli. Si gioca in parecchi, come in qualsiasi partita di calcio che si rispetti … solo che in campo non ci sono squadre ordinate e ben definite, ma una certa mischia in cui numerosi e spesso bizzarri pensieri-giocatori entrano, si soffermano, generano trambusto, escono di scena e poi magari ritornano di prepotenza … in assenza di regole prestabilite. Forse rende meglio l’immagine della mischia di una partita di rugby!

Ho pensato, allora, di proporvi di giocare con un quadro, per illustrarvi cosa accade nel campo, nella folla di personaggi – pensieri non nati – che abitano la seduta del paziente e del suo terapeuta. Non parte come idea mia: il quadro di Velasquez “las Meninas” è stato proprio utilizzato come metafora per illustrare il concetto di campo. Ma io, partendo da questa suggestione, mi sono ulteriormente divertita a giocare con altre opere d’arte.

Campo 2 Immaginiamo che questo quadro sia la rappresentazione pittorica di quel che accade durante una seduta. Nel quadro compare l’Infanta di Spagna, che sembra raccontarci la sua giornata di principessa: è circondata da un gruppo di damigelle che si prende cura di lei, c’è una nana di corte, un bimbo che dà un calcetto dispettoso a un grosso cane … ma ecco un’altra dimensione, e quindi un’altra possibile narrazione: riflessi in uno specchio, in fondo alla stanza, ci sono i due genitori dell’Infanta … la bambina ci sta raccontando, allora, anche qualcosa della sua storia familiare. In secondo piano, il pittore. E, in primissimo piano, la tela su cui il pittore sta dipingendo. Sullo sfondo, una porta semi aperta, e un misterioso personaggio che scende le scale e si affaccia sulla scena …

Che cosa ha dipinto, Velasquez? Complessa e inquietante è la strategia delle posizioni dei personaggi e gli intrecci degli sguardi: chi è che davvero viene osservato e ritratto? L’obiettivo dell’artista è quello di dipingere un ritratto dell’Infanta, un ritratto dei reali di Spagna, o un autoritratto? E i sovrani riflessi nello specchio, sono appena giunti sulla scena, o sono in posa per il ritratto? E chi è l’osservatore? Lo spettatore che guarda il quadro? Ma lo sguardo dello spettatore, coincide con lo sguardo dei regnanti, dei bambini, del pittore, o con quello del misterioso personaggio? E cosa ci sarà sulla tela di cui noi vediamo solo il retro? La straordinaria bellezza di quest’opera, e l’inquietudine che suscita nello spettatore, sta proprio nel suo essere un intreccio polifonico e movimentato, e nella sensazione di insaturità che lascia nello spettatore: di quella tela noi vediamo il retro, ma che cosa davvero stia dipingendo Velasquez non ci è dato saperlo. Vediamo il pittore al lavoro, ma ci resta oscura la trasformazione che si sta compiendo.

Questo, è ciò che accade anche sulla scena analitica: molti personaggi si intrecciano e intrecciano le loro storie, e appartengono al mondo interno dell’uno e dell’altro, del paziente e dell’analista, definiti da Antonino Ferro, in uno dei suoi tanti felici giochi di parole, due autori in cerca di personaggi … E quello che da questa polifonia nasce, assomiglia al quadro non visibile: un pensiero sconosciuto che via via si fa strada e lascia nel campo una scia di suggestioni, di indizi che andranno a costruire una storia, anzi, molte storie possibili … seguendo vie mai lineari, ma associative.

E quali potrebbero essere queste vie non lineari, associative?

Ce lo spiegano, ancora una volta meglio dei libri di testo, numerosi artisti che nel corso dei secoli, incantati dal dipinto di Velasquez, lo hanno riprodotto, scomponendolo e trasformandolo, ciascuno alla ricerca – io credo – del proprio quadro non visibile, di una delle tante storie possibili …

A partire da Picasso, che realizzò ben 58 “las Meninas” diverse!

Del resto, in mezzo alla moltitudine di opere che riproducono il dipinto, io stessa ne ho scelto alcune che ora vi mostro in rapida sequenza, seguendo a mia volta una mia libera trama associativa, non lineare …

Campo 3  Picasso: qual è il vertice, qui? Ognuno di noi è libero di scegliere una strada, tra quelle che Picasso ci propone: a me colpisce il personaggio nel riquadro di luce, che mi sembra dare più rilievo al mistero e all’inquietudine generati dal personaggio sullo sfondo del dipinto di Velasquez … il vero uomo nero delle paure infantili …

Campo 4 Sempre Picasso: le mani, inquietanti. Aprono o chiudono? E le luci sul soffitto, come occhi che controllano dall’alto una scena in cui rosso e nero prevalgono …

Campo 5 Herman Braun-Vega: solo l’Infanta e la nana di corte sono vestite … il mondo intorno a loro è nudo. La delicata nudità del bimbo lo mette in primo piano, protagonista della storia. Un cane, al posto del personaggio misterioso …

Campo 6 Salvador Dalì: i numeri hanno sostituito igli esseri umani. Estrema simbolizzazione, o disumanizzazione?

Campo 7  Cristobal Toral, “D’apres las Meninas” è il titolo.  Cosa resta dopo las meninas: valigie e scatoloni, alla rinfusa … e ancora lo sguardo del personaggio misterioso, che si posa sulla stanza trasformata in un desolato deposito di cose perdute. Sullo sfondo, sopravvive il riflesso allo specchio dei genitori dell’Infanta, ma della bambina, nessuna traccia …

Campo 8 Sophie Matisse: la stanza del dipinto perfettamente riprodotta e perfettamente svuotata da ogni forma di vita … dove sono andati tutti? Ingoiati in un buco nero, in una qualche voragine generata dal trascorrere dei secoli?

Ci siamo trovati di fronte, con queste tele, a una scomposizione dello spazio attraverso direzioni a volte cromatiche, a volte geometriche, a volte davvero soprattutto oniriche …

Per arrivare all’ultimo …

Campo 9 questa bellissima foto di Thomas Struth, fotografo tedesco, in cui las meninas sembrano essere saltate fuori dal quadro, scese nella sala del Museo del Prado!

Il Campo è anche questo: cioè la necessità di essere contemporaneamente dentro e fuori la fantasia inconscia di coppia analista-paziente. Il terapeuta deve farsi inglobare, fino a un certo punto, in questo gioco. Ma arriva il momento in cui la sua attenzione fluttuante dovrà lasciare il posto al secondo sguardo, consentendogli di interrogarsi sugli avvenimenti del Campo. Il nostro coinvolgimento nel gioco del Campo, non ci solleva infatti dall’impegno e dalla responsabilità nei confronti del paziente: altrimenti, ci troveremmo alle prese con un gioco di rispecchiamenti, privo della necessaria asimmetria che il nostro compito richiede. Il lavoro della coppia analitica deve generare qualcosa di nuovo, che consenta a noi, ma soprattutto al paziente, di comprendere meglio il suo mondo interno, e di trasformarlo.

Mi piace pensare, allora, che questo gruppo di ragazzine possa rappresentare il prodotto del lavoro svolto in seduta tra le due menti coinvolte … il risultato di tutto ciò che si è mobilitato in seduta è la nascita, infine, di bambine in carne e ossa: persone vive, autentiche: non più solo personaggi. Mi piace ancora pensare, allora, che queste bambine siano la rappresentazione della mente del paziente: di una mente che ora possiamo immaginare in via di trasformazione e in movimento, più viva, permeabile e disponibile al pensiero, e al nuovo …