21 Gennaio 2015 – Tu che parli

di Carlo Sinifilosofo

Il primo tu sono io. A un certo punto infatti mi do del tu. Dico per esempio a me stesso qualcosa come: “Non se ne danno per intesi, ma tu continua a strillare e vedrai che anche questa volta qualcosa accade”.

E così l’io e il tu nascono insieme, sostanzialmente perché sono figure e formazioni “sociali” (non necessariamente socievoli). Cosa sarei io senza di voi? Voi mi avete parlato, voi mi avete assegnato un nome, mi avete incoraggiato a dire la mia; ma, beninteso, come voi avevate già stabilito e consentito, nella vostra lingua e secondo i vostri criteri. D’altra parte, il medesimo è accaduto a ognuno di voi. Ognuno ha scoperto di essere un tu e di parlare come un tu per gli altri e così ha potuto avere anche se stesso, nella forma del tu interiorizzato, appunto. Ha potuto dirsi, o almeno chiedersi, cosa poteva sapere, cosa doveva fare, cosa poteva sperare.

Siamo figure del linguaggio, si potrebbe dire: ‘io’, ‘tu’, ‘voi’, ‘loro’. Così si articola il soggetto, il ‘noi’, nell’atto di parola, che appunto è tale solo se è doppio: dice dell’altro dicendo a sé; è così che ha, o che è, entrambi, cioè l’altro e il sé, nella figura dell’io e del tu.
Questo però non è tutto. Se dici a qualcuno che il suo io è un fenomeno sociale e una figura del linguaggio come minimo si offende. Che ne sarebbe allora del soggetto inalienabile e della sacralità della persona? E della peculiarità di ogni individuo consistente nella sua irripetibile “originalità”? Certo, si tratta sempre di un’originalità molto relativa e circoscritta. Relativa, per esempio, al suo tempo. Non si può dire o pensare qualsiasi cosa in qualsiasi tempo, notava Foucault. Il Faraone non può apostrofare la sua sposa (che poi è sua sorella) con le parole: “Ma quanto sei nevrotica!”. Queste parole non le ha, non può farsene un’idea o farne un’idea e non può assegnarle al tu, ovvero anche all’io che ognuno è. Non può neppure pensarsi come un peccatore in attesa di redentori e di redenzioni. Naturalmente anche per noi vale la reciproca, in quanto ci è inibito pensare come il Faraone, sebbene capiti che qualche miliardario americano provveda alla sua ibernazione post mortem (con la speranza che le crisi finanziarie non mandino in fumo, cioè in cenere, il suo progetto).
Insomma, quel che dice l’io del tu, così come quel che l’io apprende dal tu, è ogni volta accidentale e transitorio. Possiamo scommettere che non c’è pensiero in me (o in voi) e che non c’è parola tra noi che non apparirà strana e quasi incomprensibile alle orecchie di un’umanità futura. In che consisterebbe allora quella pretesa originalità dell’io e sostanzialità della persona che tu rivendichi?
Che non consista nei suoi “contenuti” lo possiamo forse convenire. Le idee, come si dice, quelle alle quali mi sento legato, me le hai trasmesse sempre tu, o qualche tu. Al più ciò che mi concerne è la combinazione di certe idee tra quelle nel mio tempo disponibili; ma anche in questo esercizio scopriamo spesso un molto diffuso conformismo e limiti evidenti. Gli esseri umani non poso evitare di influenzarsi a vicenda, diceva Peirce, perché la verità è “pubblica”. E così procedono tutti insieme: rivendicano rissosamente la loro “specialità” o qualche sfumatura di essa, ma, tranne casi rari, si somigliano assai più che non desiderino. Basterebbe del resto far caso alle loro ridicole mode e fogge di acconciatura e di vestiario, di cui peraltro vanno così fieri e solleciti, anche quando fingono di disinteressarsene.
La peculiarità profonda di ogni persona, di ogni soggetto, non apparterrebbe dunque ai “contenuti” dei suoi pensieri presi in sé, perché questi contenuti appartengono piuttosto a un contesto sociale e comunitario in continuo movimento, come i colori di moda, appunto: quest’anno va il verde, il prossimo andrà il rosa. Ma allora, quando ti dai del tu, e dai del tu, chi parla e a chi parli? E, per esempio, qui chi scrive e per chi? Domande opportune. Osservale bene, non avere fretta, lasciale depositare nel fondo del tuo io e del tuo tu. Forse emergerà allora qualcosa di non visto prima, perché assai difficile da nominare e quasi impossibile da dire. Kant, per esempio, l‘aveva visto. Dopo aver enunciato la famosa questione dell’ “io penso”, Kant andò ancora più a fondo e chiese: ma chi pensa in questo “io penso”? e rispose francamente: “Esso pensa!”. L’ultimo fondo dell’io, si potrebbe dire, è anonimo, non è né un io, né un tu. Non tanto “io penso”, quanto piuttosto “si” pensa, nel mio io e nel mio tu. Ma di che si tratta?
Qui suggerire di ricordarci di Maurice Blanchot. Al fondo di quel dialogo che ognuno di noi è con gli altri e con se stesso, al crocevia dell’occasione e del destino, emerge la figura sfingea del desiderio, cui fa da alter ego il terrore della morte. Te l’ho detto e te lo ripeto: continua a strillare, continua a parlare; non sei solo, vedrai, qualcuno o qualcosa risponderà.

21 Ottobre 2014 – Il coraggio di avere paura. Hegel, Freud, Sartre.

di Florinda Cambriadocente di filosofia

“Forza, fatti coraggio, non avere paura…”. Quante volte, da bambini, ci siamo sentiti ripetere questa frase, questo incoraggiamento a superare la paura con un atto di coraggio? L’invito muoveva dal presupposto che avere coraggio significasse negare la paura e assumere un atteggiamento – per così dire – virile di fronte alla realtà o ai fanta-smi. Per i maschietti, infatti, la frase poteva spesso essere accompagnata da un implicito o esplicito: “Non fare la femminuccia…”, dove “fare la femminuccia” significava essere deboli e arresi, bisognosi di protezione e affidati alla forza dei grandi. Avere paura, in-somma, era un femmineo e infantile segno di debolezza, un segno da cancellare, così da accedere al mondo degli adulti: uomini coraggiosi e donne possibilmente non troppo piagnucolose.

Il “coraggio di aver paura” è, rispetto a quello stereotipo di forza, una espressione contraddittoria, che vorrei qui assumere nel suo senso più radicale. Non, dunque, nella forma di una ammissione preliminare al farsi coraggio (“Non negarlo: hai paura! Ammettilo, così poi ti farai coraggio”), ma nella forma di una compiuta coincidenza tra esperienza della paura ed esperienza del coraggio, dove il coraggio smetta di essere in-teso come superamento della paura e acquisti il significato inedito di una permanenza e di un affondo nella paura. Per chiarire cosa io intenda con tale coincidenza, come essa abbia a che fare con esperienze costitutive della nostra consapevolezza di umani e come, infine, possa suggerire posture etiche nuove rispetto alla nostra quotidiana relazione con l’alterità, mi servirò di spunti tratti dalla filosofia di Hegel, e dalle riflessioni di Freud e di Sartre.
Il primo problema è infatti di stabilire con precisione cosa si debba intendere per paura. Vi sono due principali modalità di manifestazione della paura: una prima moda-lità – per così dire – locale, in cui la paura è un timore determinato, legato a un oggetto specifico; una seconda modalità riguarda invece l’esperienza di una paura che non si ri-ferisce a questo o a quell’oggetto determinato, ma prende le fibre e si insinua nei mean-dri del nostro sentire, facendo tremare le radici stesse del nostro essere al mondo. Que-sto secondo genere di paura è ciò che Hegel, in un illuminante passaggio della Fenome-nologia dello Spirito, chiama “paura assoluta” e che, in senso generalissimo, possiamo qui intendere come paura della morte: non timore di perdere, di vedere negato qualcosa di preciso, ma timore diffuso, fluido, privo di oggetto specifico; timore di vedere negata la vita stessa; paura della negazione pura, del puro dileguare, dell’assoluto dileguarsi di tutte le determinazioni.
Come è noto, questa descrizione della paura assoluta è cruciale in quel passaggio della Fenomenologia dello Spirito nel quale l’autocoscienza si appresta a esperire la dia-lettica servo-signore. Scusandomi per la superficialità con la quale mi esprimerò, riprendo rapidamente l’antefatto, allo scopo di fare luce sulla emergenza della paura assoluta e sulla sua centralità nel cammino della coscienza, ossia di quella attività che costituisce l’umano nella sua relazione con il mondo degli oggetti. Momento cruciale di tale cammino è quello in cui la coscienza, ormai consapevole di essere una attività e di avere in questo la propria differenza rispetto alla statica datità del mondo degli oggetti, fa esperienza di tale differenza. Occorre infatti che la coscienza viva concretamente ed effettivamente il proprio essere in azione e la propria irriducibilità al mondo degli og-getti. Solo così la sua consapevolezza di essere coscienza umana perderà il carattere di una astratta affermazione e diventerà esperienza vissuta; solo così la coscienza diventerà concretamente una autocoscienza umana e la sua attività sarà, non solo astrattamente di-chiarata, ma anche realizzata sul piano degli effetti. È proprio su questo piano che l’esperienza della paura, della paura assoluta, riveste un ruolo cruciale.
L’autocoscienza, infatti, per fare esperienza concreta del proprio esser tale, ha bisogno di ottenere il riconoscimento della propria non-cosalità da qualcosa che le sia esterno: per diventare propriamente umani, in altre parole, è necessario essere ricono-sciuti nella propria differenza e irriducibilità al mondo delle cose. Solo che tale ricono-scimento necessario non può venire all’autocoscienza da un oggetto: nessun sasso, nes-sun albero potrà riconoscermi come umano; solo un altro umano lo potrà fare. Ecco dunque il problema: per poter diventare umana sul piano dell’effettuale, l’autocoscienza ha bisogno che un’altra autocoscienza le riconosca il suo essere soggetto e non oggetto; ma tale bisogno è reciproco, dal che deriva la drammaticità dell’incontro inaugurale tra esseri umani consapevoli della propria umanità. L’incontro infatti non potrà che essere uno scontro: ciascuna delle autocoscienze lotterà per ottenere dall’altra il riconoscimento della propria specificità di soggetto, ossia della propria attività di contro alla passività del mondo esterno. Questo però comporta che una delle due autocoscienze accetti di ri-durre se stessa al livello degli oggetti: che accetti cioè di assegnare all’altra lo statuto di essere attivo e a se stessa solo lo statuto di essere passivo, cosa tra le cose.
Come è noto, la lotta per il riconoscimento è descritta da Hegel nel modo di una lotta che si confronta con il rischio di morte. Le due autocoscienze bisognose di ricono-scimento dovranno infatti mettere in gioco la loro stessa vita individuale, dovranno e-sporsi al rischio dell’annientamento: se io sono un umano, allora tu sei una cosa e verrai annientato come umano; se invece tu sei l’umano, allora io mi annienterò come umano e mi ridurrò allo stato della bruta cosalità. La lotta tra autocoscienze è così anzitutto una lotta a morte. Ben presto, però, le autocoscienze raffinano la loro modalità di lotta: l’annientamento dell’altro, la sua riduzione a cosa inerte, la sua morte effettiva, finisce infatti per mancare l’obiettivo per il quale la lotta si era inaugurata, ossia il riconosci-mento. Un morto diventa come un sasso e non può più dirmi che io sono vivo e vivo come essere umano. Cosicché il delicato equilibrio del riconoscimento si raggiunge solo quando la lotta è sì lotta a morte, ma in una forma che potremmo dire “rituale”: si mette cioè in gioco la vita individuale, ma solo fino al punto limite in cui una delle due auto-coscienze si arrenda. Chi si arrenderà prima, chi si fermerà per primo di fronte al rischio di essere effettivamente ucciso, cioè privato della propria vita individuale, chi avrà più paura, insomma, si assoggetterà all’altra autocoscienza e le tributerà l’agognato ricono-scimento. La coscienza che avrà avuto paura di perdere la vita si assoggetterà all’altra, ammetterà di non essere pienamente umana. L’autocoscienza vincitrice, forte di questa resa, deterrà a pieno titolo lo statuto di umano e questo statuto sarà il senso profondo della sua valenza e della sua superiorità: l’autocoscienza vincitrice, che non ha avuto paura, diventerà l’aristocratico guerriero, le cui insegne saranno memento del coraggio dimostrato di fronte alla morte. Questi però sono solo i primi passi.
L’autocoscienza signorile, infatti, ha sì ottenuto il riconoscimento del proprio es-sere pienamente ed esclusivamente umano, ma questo riconoscimento da parte della co-scienza divenuta servile si rivelerà astratto. Con caparbietà, con pervicacia (questa è la parola usata da Hegel), il signore ha affermato se stesso grazie all’assoggettamento del servo, il quale si è riconosciuto umano a metà. Quest’ultimo lavorerà la materia usando il proprio corpo, si farà cosa tra le cose perché il signore possa conservare la pienezza formale del proprio essere attività umana. Al servo toccherà dunque la bruta materia in-forme, al signore la ridondanza della simbolica aristocratica: il titolo, il nome, la fama, il sangue.
Domandiamoci però: quale esperienza deve avere fatto il servo per accettare di essere ridotto al rango di bruta cosa, per accettare di diventare carne al servizio del si-gnore, per accettare di negare la propria umanità? La sua è stata una esperienza di paura. Ma di cosa, propriamente, ha avuto paura? Cosa ha visto nel momento in cui si è detto: “Va bene, sarò solo carne, sarò materia da lavoro, sarò solo una cosa tra le cose”? Che tipo di paura ha conosciuto, quale visione, quale intuizione ha avuto l’autocoscienza che ha accettato di essere materia bruta, lasciando all’altro l’onore della vittoria? Leggiamo dalle pagine della Fenomenologia dello spirito:

“Tale coscienza non è stata in ansia per questa o quella cosa e neppure durante questo o quell’istante, bensì per l’intera sua essenza: essa ha infatti sentito paura della morte, signora assoluta. È stata così intimamente dissolta, ha tremato nel profondo di sé, e ciò che in essa vi era di fisso ha vacillato. Ma tale puro e universale movimento, tale assoluto fluidificarsi di ogni momento sussistente, è l’essenza semplice dell’autocoscienza, è l’assoluta negatività, il puro esser-per-sé che, dunque, è in quella coscienza. (…) La quale inoltre non è soltanto questa universale risoluzione in generale, poiché, nel servire, essa la compie effettivamente; quivi essa toglie in tutti i singoli momenti la sua adesione all’esserci naturale e, col lavoro, lo trasvaluta (…)”.

(G. W. F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, trad. it. di E. De Negri, La Nuova Italia, Firenze 1973, pp. 161-162).

Ciò che l’autocoscienza servile ha esperito è la paura assoluta, la “paura della morte, signora assoluta”. Questa paura, scrive Hegel, non è assimilabile all’ansia, perché l’ansia è paura per qualcosa di determinato, paura di vedere negato qualcosa, mentre la paura assoluta è angoscia, è una paura senza oggetto, una paura sciolta da qualunque rapporto con qualsivoglia determinazione. Ciò che la coscienza servile ha esperito è la paura della negazione pura, della negazione sciolta da qualsiasi vincolo, della negazione assoluta appunto. E cosa è, come dobbiamo intendere tale negazione assoluta? Essa è la negazione che porta al dileguare di qualsivoglia determinazione: non di questa o quella determinazione, non di questa o quella cosa determinata, ma di ogni determinazione possibile.
La paura assoluta che il servo ha visto in faccia è la paura del dileguare di qual-siasi forma, del fluidificarsi di ogni determinazione, la paura del rifluire di ogni forma, di ogni figura, di ogni confine nell’informe, nell’indeterminato, nel caos, nel magma del puro cosale esser là. La paura assoluta è l’esperienza del trionfo dell’indeterminato, l’esperienza del puro indifferenziato. È questo ciò che l’autocoscienza servile ha esperi-to: l’angoscia del nulla come negazione di ogni determinazione e di ogni forma. Essa dunque non ha tremato semplicemente perché ha visto in pericolo la propria esistenza individuale, il proprio esserci naturale. Ha tremato perché ha visto in faccia il puro inde-terminato, ha visto il venir meno di ogni possibile differenza, quindi di ogni individuali-tà, di ogni alterità e di ogni relazione.
Ora, esattamente in questi termini, nel senso cioè del fluidificarsi di qualunque forma, di qualunque consistenza separata, Freud si esprime in merito a quella che, negli anni più maturi della sua produzione, egli chiama “pulsione di morte”. Tale pulsione emerge in una direzione opposta e complementare alle spinte orientate verso il piacere, che Freud ha analizzato nei primi decenni del suo lavoro. La pulsione di morte non è in-fatti in una relazione dicotomica con la pulsione di piacere, ma è legata ad essa da un rapporto di complementarità: rapporto che, nel linguaggio freudiano, è riassunto nel bi-nomio Eros/Thanatos. Oltre che in altri luoghi, nei quali la questione è affrontata in termini assai più dettagliati, Freud fa riferimento alla pulsione di morte in una lettera che scrive nel 1932 ad Einstein, il quale lo interrogava con tono accorato sulle cause del reiterarsi delle guerre fra gli esseri umani. Con umiltà e cautela, Freud risponde evocan-do appunto la pulsione di morte. Egli scrive infatti:

“Noi crediamo all’esistenza di una tale pulsione (all’odio e alla distruzione). Con un po’ di speculazione ci siamo infatti persuasi che essa opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della mate-ria inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte (…). Per così dire, l’essere vivente in tanto protegge la propria vita in quanto ne distrugge una estra-nea”.
(S. Freud, Perché la guerra? Carteggio con Einstein (1932), in Opere complete, a cura di C.L.Musatti, Boringhieri, Torino 1977, vol XI, p. 297).

Sottolineerei anzitutto il fatto che, nel descrivere sinteticamente la pulsione di morte, Freud sembri evocare proprio quella paura assoluta che Hegel ha attribuito alla autocoscienza servile. La pulsione di morte è infatti spinta a ridurre la vita a materia i-nanimata, allo stato della indeterminazione cosale, stato che coincide con la totale flui-dificazione di cui abbiamo poco sopra parlato. L’esperienza di questa tensione verso l’informe, verso l’annullamento di ogni determinazione è esattamente l’esperienza dell’angoscia: quella paura indeterminata che è una paura dell’indeterminato; esperienza totale perché riguarda lo sprofondare di ogni possibilità di significazione, di ogni figura di senso.
In termini assai affini viene descritta da Sartre, in pagine memorabili, l’esperienza della angoscia provata da Roquetin, il protagonista del romanzo filosofico intitolato La nausea. È però interessante notare che, mentre Hegel parla della paura assoluta come del momento costitutivo, ossia della posta in gioco per la costruzione dell’umano; mentre Freud individua nella pulsione di morte una esperienza che continuamente si reitera nell’umano parallelamente alla pulsione di vita; Sartre invece individua in essa l’essenza stessa della esistenza. Esistere vuol dire fare esperienza dell’angoscia.
Roquetin si trova in un giardino pubblico e improvvisamente, guardandosi intor-no, è assalito da un’esperienza strana che lo stravolge e al tempo stesso lo illumina. Leggiamo la descrizione fornita da Sartre di tale esperienza:

“La radice del castagno s’affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse e, con esse, il si-gnificato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla loro superficie. Ero seduto, un po’ chino, a testa bassa, solo, di fronte a quella massa nera e nodosa, del tutto bruta, che mi faceva paura. E poi ho avuto questo lampo di illuminazione. Ne ho avuto il fiato mozzo. Mai, prima di questi ultimi giorni, avevo presentito ciò che vuol dire esistere. (…) Se mi avessero domandato che cosa era l’esistenza, avrei risposto in buona fede che non era niente, semplicemente una forma vuota che veniva ad aggiungersi alle cose dal di fuori, senza nulla cambiare alla loro natura. E poi, ecco: d’un tratto, era lì, chiaro come il giorno: l’esistenza s’era im-provvisamente svelata. Aveva perduto il suo aspetto inoffensivo di categoria astratta, era la materia stessa delle cose, quella radice era impastata nell’esistenza. O piuttosto, la radice, le cancellate del giardino, la panchina, la rada erbetta del prato, tutto era scom-parso; la diversità delle cose e la loro individualità non erano che apparenza, una vernice. Questa vernice s’era dissolta, restavano delle masse mostruose e molli in disordine, nude, d’una spaventosa e oscena nudità. Mi astenevo dal fare il minimo movimento ma non avevo bisogno di muovermi per vedere, tra gli alberi, le colonne azzurre e il lampa-dario del chiosco della musica. Tutti quegli oggetti… come dire? Mi infastidivano: avrei desiderato che esistessero in maniera meno forte, in un modo più secco, più astratto, con più ritegno. (…) Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati da noi stessi, non avevamo la minima ragione di esser lì, né gli uni né gli altri, ciascun esistente con-fuso, vagamente inquieto, si sentiva di troppo in rapporto agli altri. Di troppo: era il solo rapporto che io potessi stabilire tra quegli alberi, quelle cancellate, quei ciottoli. Invano cercavo di contare i castagni, di confrontare la loro altezza con quella dei platani: cia-scuno di essi sfuggiva dalle relazioni nelle quali io cercavo di rinchiuderli, s’isolava, traboccava. Di queste relazioni (che m’ostinavo a mantenere per ritardare il crollo del mondo umano, il mondo delle misure, delle quantità, delle direzioni) sentivo l’arbitrarietà: non avevano più mordente sulle cose. Di troppo il castagno, lì davanti a me, un po’ a sinistra. Ed io – fiacco, illanguidito, osceno, digerente, pieno di cupi pen-sieri – anch’io ero di troppo. Fortunatamente non lo sentivo, più che altro lo compren-devo, ma ero a disagio perché avevo paura di sentirlo (anche adesso ho paura, ho paura che questo mi prenda dietro alla testa e mi sollevi come un’onda)”.

(J.-P. Sartre, La nausea, a cura di B. Fonzi, Mondatori, Milano 1965, pp. 181-183, passim).

Ciò che rivela a Roquetin il senso della esistenza è dunque l’esperienza della pura esteriorità cosale, ciò che Sartre chiama “la materia stessa delle cose”: pura indeter-minazione della materia che suscita paura e, al tempo stesso, in quanto pulsione incoer-cibile, esercita segreta attrazione. A venir meno, nella esperienza fondamentale dell’esistenza è, scrive Sartre, “la diversità delle cose e la loro individualità”: esse per-dono la loro consistenza separata, le loro caratteristiche individuali, non sono nemmeno più nominabili, si fluidificano e fanno massa, scivolano nell’informe. L’esperienza dell’esistere ha qualcosa di mostruoso: la mostruosità dell’informe, una mostruosità che coincide con ciò di cui la hegeliana coscienza servile ha avuto paura assoluta e con ciò verso cui tende la freudiana pulsione di morte.

Domandiamoci ora: perché sia Hegel, sia Freud, sia Sartre individuano in quella esperienza il luogo costitutivo della esistenza umana? Perché il fluidificarsi di tutte le forme sarebbe anche il polo di una attrazione, di una seduzione, di una fascinazione ir-resistibili? Dopo il nostro breve percorso nelle parole degli autori che abbiamo scelto come guida, proviamo a rispondere a queste domande, nelle quali si nasconde il senso di quel coraggio di avere paura che ho evocato nel titolo della mia relazione.
Anzitutto, se l’esperienza della paura assoluta è il luogo costitutivo dell’umano, l’attrazione esercitata dal fluidificarsi di tutte le forme, cui la paura assoluta si riferisce, ha a che fare con una istanza di continua ricostituzione dell’umano medesimo. La pul-sione di morte, la tentazione o la visione dell’informe e dell’indeterminato che conti-nuamente strabocca dalle forme e le dissolve, comporta infatti la continua esigenza di ridare forma, di riconfigurare ogni volta l’informe e l’irrafigurabile. In tale esperienza reiterata consiste l’esistenza e, propriamente, l’esistenza umana.
La complementarità di pulsione di morte e pulsione di vita, di Thanatos ed Eros, sottolineata da Freud, suggerisce in fondo questo: che se vivere è organizzare, articolare, connettere forme, tali operazioni sono possibili solo in rapporto al loro contrario, ossia al disorganizzarsi, al disarticolarsi, al fluidificarsi di tutte le forme. Potremmo anche dire così: il coraggio di accogliere l’informe è condizione necessaria perché la vita possa prendere forme o, meglio, perché l’umano possa dar forma alla vita. L’accoglimento della morte “signora assoluta” è, in tal senso, il correlato fondamentale di ogni azione autocosciente, ossia di ogni azione pienamente umana. Azione autocosciente, infatti, è solo quella che è in grado di prendere in carico l’indeterminato per produrre consape-volmente determinazioni. E i modi fondamentali in cui tale produzione di determinazio-ni accade sono due: il linguaggio e il lavoro.
Linguaggio e lavoro sono le due condizioni e le due prassi che costituiscono l’umano come tale, sono la sua specificità rispetto a tutti gli esseri viventi. Dar nome e dar forma sono il medesimo gesto e coincidono nella prassi come lavoro. Lavorare infatti significa strappare la “materia delle cose” all’indeterminazione, significa porre e articolare differenze; ed è solo in questo operare che l’essere umano fa esperienza della propria peculiarità. L’esperienza dell’informe, la paura assoluta di fronte a essa è per-tanto la condizione di possibilità del lavoro in quanto dimensione costitutiva dell’umano.
Esattamente in questi termini, del resto, si svolge la dialettica servo-signore de-scritta nella Fenomenologia dello spirito: il signore, ottenuto il riconoscimento, afferma se stesso nella propria auto-nomia, nella propria non-dipendenza; è il servo, invece, che, sottomessosi al signore, dedicherà se stesso al lavoro. Egli, mediante il lavoro, darà forma all’informe e realizzerà sul piano dell’effettuale quella azione autocosciente che, per il signore, si è compiuta solo sul piano formale. Con le parole di Hegel:

“Il lavoro è appetito tenuto a freno, è un dileguare trattenuto; ovvero: il lavoro forma. Il rapporto negativo verso l’oggetto diventa forma dell’oggetto stesso, diventa qualcosa che permane. (…) Per tale riflessione sono necessari entrambi questi momenti: sia la paura e il servizio in generale, sia il formare. Senza la disciplina del servizio e dell’obbedienza, la paura resta al lato formale (…). Se la coscienza forma senza quella prima paura assoluta, essa è soltanto un vano senso proprio. (…) Se la coscienza non si è temprata alla paura assoluta, ma soltanto alla sua particolare ansietà, allora l’essenza negativa le è restata solo qualcosa di esteriore (…) e il senso proprio è pervicacia, libertà ancora irretita entro la schiavitù”.
(G. W. F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, cit., pp. 162-164 passim)

Il lavoro, in quanto appetito tenuto a freno, è un dileguare trattenuto e, in questo senso, esso è forma dell’oggetto: paura e servizio sono le condizioni del formare. E nella possibilità di dare forma, di determinare gli oggetti (di nominarli e di plasmarli) risiede la possibilità, per l’autocoscienza, di acquisire un senso proprio (una autocoscienza) non astratta, ma effettuale. Tale possibilità è realizzata dalla autocoscienza servile, non da quella signorile, poiché quest’ultima non ha esperito la paura assoluta: non ha perciò acquisito quel sapere della morte che, reso effettuale mediante il lavoro, diviene il sapere umano per antonomasia.
L’autocoscienza signorile, infatti, non ha tremato di paura assoluta, non ha cono-sciuto l’angoscia dell’informe; ha provato solo ansietà. Il suo coraggio è stato quello di mettere in gioco ciò che per essa era più prezioso: la sua vita determinata, la sua vita particolare. Non ha avuto paura di morire ma, in questo modo, ha avvalorato massima-mente la propria vita individuale. Essa è diventata il valore supremo attraverso il quale realizzare la propria auto-affermazione. Ciò significa però che l’autocoscienza signorile ha conosciuto, appunto, solo ansietà – paura per un oggetto determinato: la propria vita individuale. Essa ha così affermato se stessa solo in rapporto a una determinazione, fa-cendone il valore più alto, quanto di più prezioso potesse mettere a rischio. Ha avuto co-raggio, certamente: il coraggio di non aver paura. E così ha affermato se stesso, una au-toaffermazione che però si realizza solo come “vano senso proprio”, come pervicacia: caparbia affermazione di sé, che si realizza solo nelle vuote forme della simbolica ari-stocratica (come accennavo sopra). Il nome, la fama, il sangue, l’onore, la trasmissione delle proprietà: questi saranno i segni del suo essere umano, del suo essere – anzi – pro-priamente ‘uomo’.
È evidente infatti che su questi segni (segni della forza guerriera) si sono costrui-te le gerarchie di tutte le aristocrazie patriarcali, nelle quali il coraggio maschile è dive-nuto emblema della umanità tout court. Una umanità basata sulla conservazione del nome e dei possedimenti del padre nella discendenza: tentativo di sconfiggere l’ansietà, eternando nei segni esteriori quella esistenza individuale che, messa a rischio e disprez-zata nella lotta ancestrale, è divenuta l’emblema del valore più alto. Tutto questo, però, non è altro che caparbietà, “libertà ancora irretita entro la servitù”. Il signore, infatti, di-pende dal lavoro del servo e solo nel suo servizio, nel suo umile dar forma, trova la pro-pria possibilità di sussistenza.
Il signore non ha conosciuto la paura assoluta e per questo non può formare: non può cioè realizzare la propria essenza di umano altrimenti che mediante segni vuoti. Il servo invece si è piegato e si è messo a servizio: non del signore, come di primo acchito potrebbe sembrare, ma della vita medesima, la vita umana intesa non come vita indivi-duale, ma come accoglimento dell’informe e come lavoro sull’informe. Avendo cono-sciuto la paura assoluta, il servo ha avuto un coraggio diverso da quello del signore: ha avuto coraggio di avere paura. Egli, di fatto, non ha avvalorato la propria vita individua-le, non ne ha fatto il valore supremo, non l’ha assunta come il banco di prova della pro-pria umanità, non ne ha fatto il luogo della propria auto-affermazione. Il servo ha visto infatti il puro dileguare: non il proprio dileguare, ma il venir meno della possibilità stessa del dare forma. L’autocoscienza servile, potremmo dire, ha avuto un coraggio femminile: il coraggio di piegarsi per dare forma alla nuda materialità. Senza nome, senza onore, senza fama, senza alcun segno esteriore, essa ha accolto l’informe e ha preso a lavorarlo affinché la possibilità della azione umana si rideterminasse ogni volta di nuovo.
In questo modo l’autocoscienza servile rinuncia a quella auto-nomia, quella auto-determinazione, quella auto-nominazione che è, per il signore, il valore più alto. Questa rinuncia è però, ad un tempo, la più profonda affermazione del sapere umano. Nel servizio che dà forma, il servo comprende ed esperisce la propria etero-nomia: esperisce cioè il proprio essere affidato all’altro, alla alterità radicale. Egli infatti sa la paura dell’informe e dell’indeterminato: li ha conosciuti e compresi come la propria alterità fondamentale. L’umano sa di essere tale perché dà forma e per differenza dall’informe che reiteratamente travolge tutte le sue configurazioni. È questo ciò che l’autocoscienza servile sa; è questo sapere della eteronomia costitutiva dell’umano ciò che permette al servo, al suo coraggio femminile, di lavorare non per conservare se stesso, ma per strappare una figura di senso all’informe.
In tal modo, del resto, l’autocoscienza servile è autocoscienza eminentemente e concretamente umana. Essa ha compreso la costitutiva relazionalità in cui accade l’essere umano: entrambe le autocoscienze – si ricorderà – lottarono per ottenere il rico-noscimento dall’altro da sé. In questo bisogno di riconoscimento si mostrava già ciò che poi solo il servo vivrà sul piano effettuale: si mostrava cioè che l’essere umano si può determinare solo a partire dall’alterità. Il servo, mediante il lavoro, passa attraverso quella alterità nella sua manifestazione più radicale: la assoluta indeterminazione che sta di contro alla azione, all’operare dell’autocoscienza. L’informe che prende forma e che, senza pervicacia, senza vano senso di proprietà, il servo reiteratamente affida alle sue trasfigurazioni: questo è lo specchio nel quale l’autocoscienza esperisce il senso del proprio essere umano.
Il modo di esistenza cui la paura assoluta dispone è quello del lavoro che dà forma: questo e nient’altro è l’azione umana; questo è ciò che il servo ha salvato. Mentre il signore ha scelto come morire (morire con onore), il servo ha scelto come vivere: ha scelto Eros perché ha accolto Thanatos. L’accoglimento del sartriano “di troppo”, il coraggio di lasciare andare le proprie determinazioni individuali per plasmare forme e figure di senso, senza conservare se stesso e senza appropriarsene: questa è, in fondo, la sapienza ‘femminile’ di cui l’umano conserva il segreto. Un segreto che restituisce alla paura assoluta la sua funzione formativa e che dispone forse a un inedito modo di confi-gurare le nostre azioni consapevoli: affidandole alla loro costitutiva eteronomia, libe-randole da quella pervicacia che si è espressa e si esprime nei vuoti segni della proprietà.
Con parole di affilata luminosità, la scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann ha evocato in poche righe quello che è forse il senso più profondo di questo umanissimo segreto: “Ma io – scrive la Bachmann – chi sono nel settembre dorato, se da me tolgo tutto ciò che gli altri hanno fatto di me?”. Parole che mi piace accostare a quelle, notis-sime, con cui Sartre evocava la specificità della esistenza umana: “Un uomo è ciò che egli fa di ciò che gli altri hanno fatto di lui”.

Polemiche sulla psicoanalisi : intervento del prof. Carlo Sini

Polemiche sulla psicoanalisi : intervento del prof. Carlo Sini

Novembre 2019

Recentemente, nei giornali è divampata una polemica innescata da un articolo pubblicato dal
settimanale l’Espresso che riporta un’intervista ad un storico della scienza, Gilberto Corbellini, in cui lo studioso si scaglia contro la psicoanalisi come dottrina semplicemente in quanto ”non scientifica” e, quindi, per la cura delle malattie mentali paragonabile ad omeopatia ed agopuntura.
Ne è seguita una presa di posizione della SPI e, sul Manifesto, dello psicoanalista Sarantis Thanopulos
La Scuola di Psicoterapia Comparata intende ribattere chiarendo concetti epistemologici
imprescindibili quando si parla di scienze umane.

Ecco l’intervento fatto per il nostro sito del prof. Carlo Sini:

In merito alle considerazioni di Gilberto Corbellini sulla psicoanalisi

Carlo Sini

 

Il professor Corbellini, nella sua intervista, sostiene giustamente che la pratica psicoanalitica, comunque intesa, non è una scienza nel senso, per esempio, della metodologia sperimentale “galileiana”; dove questa pretesa venisse avanzata, va senz’altro respinta. La psicoanalisi non è una branca della medicina o della psicologia clinica e, beninteso, non avrebbe alcuna ragione o alcun vantaggio nel pretenderlo (salvo avanzare camuffate aspirazioni “mercenarie” che sono da respingere con forza). Questo non significa che la psicoanalisi non sia una forma di sapere, con una sua storia certamente profonda e straordinaria (ma bisogna appunto conoscerla e saperla intendere nella sua costitutiva storicità e nelle sue conseguenze attuali: compito che la semplice competenza psichiatricoclinica non è minimamente in grado di soddisfare).
Corbellini, preda evidente delle sue animose idiosincrasie personali, ama usare il termine di “antiscientificità”, senza rendersi conto della natura profondamente antiscientifica del suo discorso, dove tra l’altro butta là riferimenti all’agopuntura e all’omeopatia, senza neppure alludere alla natura storico-culturale di tali pratiche e alla loro totale estraneità rispetto alla storia della psicoanalisi, che è come mettere le mele con le pere (forse sarà l’effetto dello scarso tempo di una semplice intervista): sono tutte antiscientifiche e basta. Ma il punto è che per il professor Corbellini esiste solo una verità e una realtà, che è quella che deriva dal lavoro e dagli oggetti delle scienze naturali. Tutto il resto è impostura e circonvenzione di incapace, anche se psicologicamente e occasionalmente efficace. La comprensione e la realtà di un’idea, per esempio, accadono solo se le sappiamo convertire in un fenomeno biologico. Però Corbellini non si chiede se questo suo discorsetto non sia a sua volta l’effetto di un qualche evento cerebrale o che diavolo sia. Il che, se così fosse, mostrerebbe l’equivalente di un perfetto ragionamento che si morde la coda o “ragionamento a pera” che dir si voglia. Lui, come tanti e tanti oggi, si rifà alle neuroscienze e ne condivide conformemente il ragionamento che porta a considerare fatti cerebrali osservabili come “cause” di fenomeni quali, ad esempio, il linguaggio o la memoria. E così leggiamo sciocchezze che parlano di pezzi di cervello in quanto essi “presiedono”, “governano”, “strutturano”, “interpretano” e via dicendo: questa sì che è espressione di irrazionalità profonda, che purtroppo intorbida, sul piano dei discorsi a vanvera e delle mere opinioni, il lavoro sperimentale meraviglioso e sicuramente proficuo che le neuroscienze d’altronde e per nostra fortuna compiono, senza però disporre ancora di una adeguata conoscenza epistemologica per comprenderlo davvero. Il procedimento invece assomiglia a chi confonde la mappa e il territorio o a chi pensasse che le righe a stampa che qui si leggono sono loro a “produrre” i pensieri che esse veicolano, ovvero che ne sono la “causa”. Senza che questo comporti invece pensieri di natura astrattamente “spiritualistica” o gratuitamente trascendente, ma non è possibile qui procedere oltre.
A conforto del lettore di queste non rallegranti polemiche, ricordo due passaggi di Le parole e le cose di Michel Foucault (1966): «È inutile dire che le “scienze umane” sono scienze false: non sono affatto scienze»; «Il rapporto della psicoanalisi con ciò che rende possibile ogni sapere in generale entro l’ordine delle scienze umane ha ancora una conseguenza: essa non può infatti dispiegarsi come pura conoscenza speculativa o teoria generale dell’uomo […]. Il suo varco può trovar compimento solo all’interno di una pratica coinvolgente non soltanto la conoscenza che si ha dell’uomo, ma l’uomo stesso; l’uomo, con la Morte che opera nella sua sofferenza, con il Desiderio che ha smarrito il proprio oggetto, e con il linguaggio in virtù del quale, attraverso il quale, la sua Legge silenziosamente si articola. Ogni sapere analitico è pertanto invincibilmente legato a una pratica, alla strozzatura del rapporto tra due individui l’uno dei quali ascolta il linguaggio dell’altro, affrancandone in tal modo il desiderio dall’oggetto che ha perduto (facendogli intendere che lo ha perduto), e liberandolo dalla prossimità costantemente ripetuta della morte (facendogli intendere
che un giorno morirà). Nulla è quindi più estraneo alla psicoanalisi quanto una teoria generale
dell’uomo, o un’antropologia, o qualcosa del genere».

Laura Grignola: Pensieri liberi di una psicoanalista reclusa

Laura Grignola: Pensieri liberi di una psicoanalista reclusa

     Era come se le strade precipitassero
poi – fu l’immobilità-
Eclisse: tutto ciò che era dato di vedere alla finestra.
Terrore: tutto ciò che provavamo.
A poco a poco – i più coraggiosi uscirono piano
allo scoperto, per vedere se il tempo c’era ancora-
La natura indossava un grembiule di opale,
e impastava aria più pura.

Emily Dickinson

 

Un fermo immagine improvviso, una dissolvenza lenta riavvolta da una moviolainvisibile. Poi il silenzio, il deserto. I vetri delle finestre riflettono l’immobilità e nonpiù il rombo dei motori segno di una vita ripetitiva, meccanica che inesorabilmenteavanza.Solo il grido dei gabbiani, più forti, modulati, discorsivi, mentre percorrono eattraversano le strade dalla parte del cielo. È l’entusiasmo perché la città è diventata la prosecuzione della scogliera oppure sono le provocazioni fatte alle vittime, prima di lanciarsi in picchiata sui terrazzi per la sopravvivenza, per il piccolo che attende nel nido? E poi i cani, i privilegiati della passeggiata. Escono dai portoni e il silenzio li stordisce. È come nei gialli, il silenzio fa paura, amplifica tutto ciò che non diciamo, che non vogliamo pensare, che rischia di intaccare con ombre sinistre l’immagine buona che abbiamo di noi. Anche i cani escono dai portoni cercando se stessi, cercando occasioni di rabbia, di sfida, di coinvolgimento, di lotta. Fissano le finestre chiuse delle case, le passano in rassegna con insistenza e abbaiano ogni tanto lungo tutto il percorso per vedere se qualcuno si fa vivo. Non si fidano di quella pace, di quel silenzio. Il pericolo è chiuso tra quelle mura, dietro alle persiane, in fondo a lunghi corridoi. Noi invece siamo un po’ più complessi, ci sono momenti in cui anche per noi quel silenzio è un frastuono. Inusuale, irreale, falso. Uno di quei paesaggi che si possono solo sognare, presagio di qualcosa che potrebbe essere la fine di tutto e poi ci si sveglia e si dice: era solo un sogno.

In altri momenti quel silenzio, quella desertificazione è piacevole, ci accoglie, ci rassicura. I pericoli sono altrove, non ci sfiorano, solo le sirene ogni tanto. Basta rimanere all’interno. Le persone che condividono territorio e silenzio non sono un pericolo, sono una vicinanza. Li tocchiamo, prendiamo loro la mano, vorremmo condividere quell’esperienza così sconfinata e brutale, ma il lessico familiare non lo prevede, non ha uno sviluppo sufficiente. Possiamo essere colti, possiamo parlare di politica, di economia, di teoria psicoanalitica, ma per esprimere cosa ci sta accadendole parole non sono già scritte, non possiamo fare copia incolla come siamo abituati. Rimanere sui luoghi comuni non ci basta, non placa la nostra ansia. Le parole le dobbiamo andare a cercare ben in fondo a noi, scivolando lungo dendriti e sinapsi verso una corteccia che non sempre si lascia raggiungere. E mentre noi stiamo cercando la nostra realtà biologica per ripercorre la strada del pensiero fin dagli esordi protomentali, per ricominciare tutto da capo e trovare nuove parole, nuove convenzioni e nuove prospettive, anche l’altro lo fa e intanto si allontana, si perde nella propria storia. In fondo è più facile condividere mondi già strutturati, pensieri già pensati, preformati, abitudini acquisite che possiamo dare per scontati e chiuderli tutti in automatico in una scatola nera da non aprire mai. Ma è proprio nelle catastrofiche le scatole nere si aprono per vedere cosa non ha funzionato. Ed ecco  di noi e fuori di noi, in rete (luogo della ricostruzione della verità e insieme luogo di falsificazione massima) ad uno ad uno tutti i nodi problematici del nostro tempo, dalla dimensione mentale a quella ecologica. La pandemia li porta tutti alla ribalta responsabilizzandoci e lasciandoci in balia della nostra impotenza. Dal punto di vista mentale la colpa è la scissione tra bisogni e desideri personali realie l’adesione a una costellazione di punti di repere seriali e standardizzati che la società ci offre. Dal punto di vista ecologico deforestazione dolosa a fini speculativi, incendi indomabili, i ghiacciai che si sciolgono, l’ozono, cibo, acqua ed energia in esaurimento, le atrocità nei confronti degli animali ormai ampiamente documentate, le inutili e crudeli pratiche di caccia, le devastazioni del mondo animale per l’industrializzazione dei prodotti alimentari, gli allevamenti seriali su grande scala che -tra le altre cose-producono una quantità tale di anidride carbonica che trattiene in quota le polverisottili che purtroppo noi respiriamo e insieme a loro il coronavirus che ha quindi agiodi avere massima diffusione… Il cerchio si chiude. Ciascuno di questi fenomeni è concatenato all’altro, è interdipendente. Essere esposti ai risultati scientifici più sofisticati non ci rende capaci di agire, discegliere, di sposare una causa. Sappiamo tutto ma non possiamo fare nulla. Salvare l’economia tornando allo status quo ante o cercare un modo che tenga contodi tutto quanto questo Coronavirus ci ha fatto scoprire?

Anche chi ha il potere appare fragile e confuso. Lasciamo il passo alla scienza, ma lascienza non è mai davvero super partes. Adesso abbiamo una task force che devetogliere dall’imbarazzo chi ci governa. Ma quali saranno le sue capacità didiscernimento, quali gli scopi? Cui prodest? Forse nella globalizzazione non èpossibile avere davvero un progetto … troppe le forze in gioco, troppe le prospettiveda cui valutare, sconosciuti i burattinai che cercano forse di piegare le forze del benea quelle del male …Quello che abbiamo capito è che in questa task force scientifica gli unici psicologipresenti sono quelli sociali. Cioè psicologi che non si occupano di clinica, dellosviluppo e del contenimento della patologia mentale. Che non si occupano cioè diquegli emarginati che per propria storia non riescono ad inserirsi, o delle partiemarginate che dentro di noi battono i coperchi per farsi sentire. Si occupano solodella reazione della gente ai grandi movimenti sociali. In altre parole purtroppocercano di scoprire come meglio giungere a determinare una reazione normopaticanegli individui. E qui finalmente entriamo in gioco noi che nella vita abbiamo scelto di dedicarci allaclinica della mente, di quella più schiettamente patologica ma ancheconseguentemente di quella fisiologica, cioè dei bisogni che l’essere umano ha. Ed entriamo in gioco nella duplice veste di esseri umani che stanno vivendo le stesse vicissitudini di tutti, e come esperti della mente che devono innalzarsi sopra il livellodelle contingenze per portare avanti la loro missione. L’uomo/mente, che sia un paziente, che sia l’uomo della strada, difronte ad un fattodi tale entità ha due possibilità. O sceglie tra qualche meccanismo psicotico scisso (si abbandona alla depressione, non cerca di capire, non si difende, si mette a repentaglio, si ammala; oppure sceglie la negazione e l’onnipotenza, non c’è nessun virus e comunque non ci colpirà di certo; potrà perdersi nei rituali ossessivi; potrà incappare in una sorta di cura nel momento in cui svolgendo una professione d’aiuto si troverà obbligato ad una attività parossistica e se sopravviverà, solo a posteri o riscoprirà una lacerazione di tipo depressivo; ancora, qualcuno potrà buttarsi nella pratica cercando di ripristinare lo status quo ante). Oppure sceglie di non disabilitare la funzione del pensiero, anzi di attivare al massimo le istanze simbolopoietiche della mente e di andare alla ricerca di nuove possibilità interpretative e di fruizioni esistenziali, che permettano di apprendere anche da questa esperienza devastante, che permettano di strappare dal cappello di questo diabolico giocoliere nascosto dietro la maschera della morte che si muove davanti a noi con mosse velocissime e inafferrabili, nuove soluzioni mai pensate da mettere al servizio della vita. 4Il fantasma della morte che fino a ieri aleggiava discreto nei nostri studi in attesa di essere accettato come ospite inevitabile, adesso se ne sta conficcato nel pavimento senza ritegno o ritrosia di sorta. Di colpo oplà. Le porte dei nostri studi si sono chiuse e con una torsione nell’aria inostri pazienti si sono ritrovati “scorporati” all’altro capo di un filo, telefonico o direte… Di colpo i nostri corpi si sono separati ma i nostri destini si sono uniti. In effetti per noi si sono configurati due tipi di problemi. Uno quello del cambiamento di setting che ha sostituito la presenza con la tecnologia, il telefono o la piattaforma on line. L’altro è il fatto che si sia ridotta (ulteriormente se si pensa alla Heimann, e all’importanza da quel momento attribuita al controtransfert e poi, ultimamente, il depotenziamento dell’interpretazione versus la relazione) l’asimmetria tipica del rapporto terapeutico dove solo uno si racconta, uno chiede aiuto, uno paga per larelazione … anche se poi la garanzia di presenza che il terapeuta offre supera di solito quella di un amico o di un parente. Se si escludono agosto natale e pasqua …In pandemia, il rischio di premorienza è uguale per tutti. E questo costituisce un legame comune indissolubile, un’istanza di realtà che cementa inizialmente in maniera strana quel libero fluire del pensiero tra gioco, regole del gioco e attaccamento affettivo. Un libero fluire del pensiero che cerca costantemente di sovvertire le regole, che oscilla acrobaticamente tra senso e ipersenso e un a negazione che rende a volte irreale e odiosa la relazione stessa. Ma questo dato direaltà afferra saldamente onnipotenza e dipendenza, le costringe ad un confronto cheperde i confini simbolici nei quali di solito ci muoviamo. Nulla è più così libero e fluttuante. Il futuro è sospeso, chiuso da una porta murata e il senso di inutilità e di claustrofobia ci costringe a tornare indietro, ci costringe a un riesame della strada già fatta, a rivedere le cose già dette, il pensiero già consumato agli incroci di per corsi ripetuti nel tempo. Proprio come succede nella mente di chi sta per morire che ripercorre in pochi attimi la sua vita. E questo accade allo psicoterapeuta e al paziente in egual misura. La consonanza che ne deriva provoca una solidarietà che di solito non è così forte e decisa. Il bisogno di capire, di salvarsi cercando a ritroso il senso della vita fa si che ciascuno di noi impegni tutte le proprie forze per calarsi creativamente al centro del proprio esistere sia nella vita sia nell’analisi, per chi ha un’analisi in corso come paziente o come terapeuta. Ma la creatività è anche erotizzazione, naturalmente in senso lato. Un’erotizzazione direttamente proporzionale alla creatività impiegata. Mettiamo quindi il turbo alla nostra capacità introspettiva e di analisi, la potenziamo senza che ce ne accorgiamo. E questo appare evidente innanzitutto dall’investimento nei confronti della tecnologia. Pazienti e terapeuti affascinati dalle potenzialità del telefono e della videochiamata.

Un setting creato dalla sola voce, dalla modulazione della voce che diventa massimamente espressiva, dalla parola, si è vicinissimi, la distanza è più o meno quello dello spessore dell’apparecchio telefonico; ad occhi chiusi piano piano si scivola in abissi di senso; la concentrazione è massima, l’intesa perfetta. Non c’è più la materia. Il potenziamento è grande e reale. Anche lo schermo determina non pochi entusiasmi. Qui è la mimica che viene salvata, il volto la metacomunicazione veicolata dal volto. C’è più distanza ma anche più materia. E poi entusiasmano le videoconferenze. Qui le distanze vengono davvero abbattute, la possibilità di confronto e di discussione diviene immediata e anche molto amplificata, se serve. Con Zoom c’è addirittura il dono dell’ubiquità. Siamo quie contemporaneamente siamo là, nel nostro rettangolino, in un altrove assoluto che un po’ ci confonde. Tra i tanti possiamo scegliere un interlocutore, uno con cui c’è feeling, che avremmo voglia che comunicasse con noi, ma non sapremo mai se ce l’abbiamo fatta! Scientificamente comunque è un mezzo davvero potente anche seci rende confusi, frastornati, frequentatori di uno spazio che non c’è. Questo potenziamento erotizzato appare evidente anche nei “gruppi” attualmente comunque a distanza dove le persone hanno molto bisogno di esprimersi, di capire, di farsi capire. In fondo anche questo mio scritto potrebbe avere questa origine. Potrebbe rappresentare un tentativo e un bisogno di spiegare ai pazienti, ai colleghi, agli allievi il mio punto di vista su cosa sta accadendo. Questo bisogno appare evidente anche su larga scala, nella consonanza tra il numero e l’entità delle domandefatte agli esperti e l’alacrità e la puntualità delle risposte da parte degli esperti stessi. E questo vale per tutti gli argomenti possibili. Una parte delle persone vuole capiree si interroga, una parte vuole salvare la pelle, l’altra vuole salvare l’economia perchépurtroppo si muore anche di povertà.Potrebbe infine essere utile uno studio circa la tipologia e le caratteristiche dei sogniin questo momento così particolare, anche se potrebbe essere importante non trarre conclusioni affrettate e soprattutto credo che non saranno i sogni degli addetti ailavori a poterci fornire una visione di insieme …Ma per quel che riguarda noi e le nostre vite personali e professionali quale sarà ilritorno di tutto questo credo potremo capirlo alla fine dell’avventura. Potremmo ipotizzare che l’aumento delle “turbolenze” conoscitive, creative, interpretative possano portare o alla crisi e a competitività non più ricomponibili in caso di divergenze procedurali e di ideali ma anche a seconda della quota di narcisismo impiegata. In altri casi potremmo invece ipotizzare un potenziamento della componente affettiva.

Anche nella nostra professione questo potenziamento delle possibilità analitiche e di introspezione potranno dare risultati diversi a seconda delle quote narcisistiche introdotte nella relazione. Una cosa è certa. Nella nostra professione l’impegno a dosare con cautela le nostre potenzialità deve comunque essere massimo. Da questi eventi tragicamente stimolanti l’analisi potrà finire potenziata o anche fermarsi. La nostra capacità di capire le potenzialità di quell’embrione in evoluzione e in crescita che è la mente serve a favorirne lo sviluppo. Ma il nostro sguardo non deve essere quello che si ha sul tavolo anatomico. Deve essere uno sguardo caldo, affettivo, energico e ottimista, ma deve poter imprimere sviluppo all’embrione rispettando i tempi a lui necessari. Non si deve mai rompere il guscio dall’esterno perché sarebbe un disastro mortifero. Forse da questa disavventura pandemica la psicoanalisi potrà accogliere teoricamente dopo la valorizzazione della relazione anche quella dell’amore.

All’inizio non ci piacemmo affatto.
Fu uno squadrarsi da lontanocome fanno i gatti di notte
gonfi e diffidenti – un po’ goffi.
Le prime settimane tu sedevi
in fondo alle scale e mi fissavi
con lo sguardo di chi porta con sé
un segreto che non si può dare.
Allora avrei voluto strapparti
la bocca insieme alle parole
che nascondevi tra i denti.
Mi negavi persino la tuaidentità – tacendo tutte
le parole si facevano mute,
le attese slabbrate, le stanze
all’improvviso enormi.
In realtà volevi darmi tempo.
Mi avevi protetta per diciotto anni
ed io non lo sapevo – vedevo
in quei silenzi una minaccia,
una beffarda provocazione
a indovinare quale pensiero7mi precludevi, quale angoscia
mi risparmiavi – sbagliavo.
Così l’attesa era la tua.
Aspettavi da anni come si attende
la salute ai piedi di un malato,
come chi ha perso qualcuno
smaltisce il male sulle scale
di casa. Quegli occhi erano
una preghiera, un inno muto
alla rinascita.
Mi amavi ed io ti incolpavo il silenzio
– già sapevi che in quel silenzio
sarebbero germogliate
le verità più oscure. Più vere.

 

Giovanna Cristina Vivinetto