Lettere ad un futuro psicoterapeuta

Venerdì 15 novembre 2013 ore 17

Presso la sede di SPC – Genova
Via Ippolito D’Aste, 7

I FANTASMI DELLA FORMAZIONE
Presentazione della Scuola di
Psicoterapia Comparata - Sede di Genova

Ingresso libero
Programma:

  • Lettera ad un futuro psicoterapeuta
  • Intermezzi musicali di
    Massimo Chinelli: chitarre, ukulele e voce
    Michele Ferrari: chitarre, mandolino, banjo e voce
    Alessandro Badino: basso elettrico
  • Presentarsi con ironia – “Se citofonando” (Corto)
    In un w.e. di lavoro con il regista Massimo Verni un gruppo di allievi SPC – GE
    si è cimentato nella ideazione, progettazione e realizzazione di un corto  che con creativa ironia dà voce ai fantasmi della formazione!
  • Rinfresco

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Per leggere le lettere ad un futuro psicoterapeuta:

1. Lettera di Laura Grignola
2. Lettera di Antonina Nobile-Fidanza
3. Lettera di Walter Machet
4. Lettera di Silvia Fancello
5. Lettera di Nicoletta Massone
6. Lettera di Loriana D’Ari
7. Lettera di Cristina Zoldan
8. Lettera di Stefania Magnoni

“Anche il pugno era una volta una mano con le dita tese”

di Lidia Compagnino

Sono contenta di presentare l’intervento di Vittorio Lingiardi sull’omosessualità e la ricerca di presunte spiegazioni di diversa natura.
La mia presentazione durerà 10 minuti e verterà intorno a 2 idee: la prima è il pregiudizio con cui viene accolta oggi la poesia e quindi poi respinta, la seconda che non esiste genere o orientamento sessuale che differenzi il dispiegarsi dell’affettività umana e le due poesie che vi porterò vorrei ne fossero la prova.

Ho il piacere quindi –e il timore naturalmente-  di presentare uno psichiatra-psicoanalista, importante teorico e clinico, professore universitario, molto conosciuto dal pubblico nazionale/internazionale che ha avuto il coraggio di esprimersi recentemente anche come poeta.
Proprio per questi differenti motivi, l’essere anche poeta di Vittorio Lingiardi,  il fatto che la psicoanalisi non abbia dal punto di vista clinico una precisa teorizzazione su come lavorare con un paziente omosessuale o eterossessuale ma solo col dispiegarsi della sua affettività,  pur essendo io psicoterapeuta e socia del consultorio, mi piace iniziare a parlare partendo da qualcosa di piccolo, il pregiudizio con cui non riesce più naturalmente a venire accolta la nostra poesia e, di conseguenza, la violenza con cui viene respinta e rifiutata.
Il titolo stesso di questa mia presentazione è pure infatti il verso di un poeta Yehouda Amichai: Anche il pugno era una volta una mano con le dita tese.
Ciò che un tempo era una mano aperta –disponibile ad incontrare- si fa per disabitudine, per paura, per sconforto, per delusione un pugno chiuso pronto a sferrare il colpo.
Così è stato, a parer mio, il destino della poesia occidentale, complici alcuni autori della poesia stessa –che la responsabilità di una sconfitta non è mai ravvisabile in uno solo dei fronti- che è andata via via, negli ultimi anni, chiudendosi sempre di più in una raffinatezza intellettuale che l’ha isolata e snaturata, rendendola di difficile accesso, allontanando i lettori anche dalla poesia più autentica che pure permane, capace di toccare semplicemente le corde del cuore di tutti.
La poesia infatti è la forma più antica di comunicazione dell’uomo: è il canto improvvisato delle madri che consolano i loro piccoli dalla sofferenza dell’essere venuti al mondo e la loro stessa stanchezza dell’averli partoriti e del volerli cullare – non c’è madre neppure la più stonata che non canti tutto l’amore e tutta l’aggressività, tutta la complessità quindi che l’essere madre comporta- a quel qualcuno che con quel canto, che è musicalità e parole, si rasserena e si conforta pur non avendo ancora una mente capace di decodificare contenuti e significati.
E’ il narrare ritmico –che aiuta la memoria- delle storie d’amore e d’armi, di donne eroi guerra lavoro divinità e viaggi, con cui ogni letteratura, di ogni tempo e latitudine- comincia e accompagna il suo percorso di narrazione del proprio divenire uomo, di mito e di storia poi, di scrittura romanzo infine.
Possiamo allora azzardare di dire che in origine era la parola sì, ma la parola poetica, seppure ancora essenziale,  davvero universalmente compresa da tutti.
Il pensiero si raffina, la scrittura pure, diventa prosa –storia e romanzo- e quello che un tempo era di facile intuizione e di comprensione al volo - seguendo ciascuno le proprie inclinazioni e i propri sentimenti-  diventa elevato e colto, ma in modo artificioso ostico innaturale necessitante di istruzione, chiose, note, indicazioni –ardua applicazione quindi.
E la poesia diventa –è diventata- il coraggio di pochi e la lettura di pochissimi.
Ma come è stato possibile?
Non ho la pretesa di poter rispondere io a questa domanda ma un tentativo lo vorrei comunque fare.
Abbiamo perso –poeti e lettori di poesia- la fiducia nella nostra unica irripetibile peculiare straordinaria bellezza e capacità, prescindendo da quelle che sono le miserie e le meschinità di ciascuno.
E perdendo la fiducia quanto abbiamo perso di noi: la sorpresa, la curiosità, l’interesse e il fascino del quotidiano, del consueto e dell’inconsueto che spalanca gli occhi bambini su un mondo continuamente nuovo e diverso!
C’è rimasta la diffidenza, la paura e il pugno chiuso.
Della cultura è rimasta l’istruzione, della parola vissuta il gioco di parole, del verso che canta il sentimento di tutti la persuasione arrogante di pochi.
Abbiamo smarrito la capacità di raccogliere tra le nostre mani la semplicità del nostro essere unici e diversi, simili e fraterni nel sentire e provare emozioni e sentimenti e saperli cantare e ascoltare.
Ed ecco come un poeta ci riporta in pochi versi questo impoverimento della poesia e dell’umanità:

            Una ragazza bionda si è chinata su una poesia.
Con una matita affilata come un bisturi trasferisce le parole su un foglio
bianco e le trasforma in trattini, accenti, cesure.
Il lamento del poeta caduto in combattimento ha ora l'aspetto di una
salamandra smangiucchiata dalle formiche.
Quando lo trasportavamo sotto il fuoco, credevo che il suo corpo ancora
caldo sarebbe risorto nella parola.
Ora, vedendo la morte delle parole, so che non c'è limite alla decomposizione.
(…)

Zbigniew Herbert

E questo discorso sulla poesia e sulla bella possibilità che potrebbe esserci che questa sia riaccolta come un linguaggio semplice, naturale, capace di tradurre immediatamente i nostri più radicali sentimenti, se potessimo superare il timore che spesso la scuola ci ha indotto a provare verso questa forma di comunicazione,  ipotizzandola come non intuitiva –quale invece è- vorrei mi aiutasse a entrare nel vivo di quello che è l’argomento di oggi: i sentimenti conoscono orientamento sessuale o è la presunta cultura che crea differenze e muri, ghetti e pregiudizi che altrimenti non esisterebbero?
Ho provato a leggere i poeti e le antologie di poesie interrogandoli sui sentimenti vissuti provati e cantati: la gioia, l’amore, la rabbia, il dolore, la perdita, l’abbandono, il tradimento, la tristezza, la tenerezza e tantissimi altri e a capire se nel declinarli si potevano ravvisare differenze che provenissero dal genere del poeta e dal suo orientamento sessuale.
Non ne ho trovato.
Ho trovato invece fratellanza e similitudine.
Così voglio provare a leggere con voi due poesie su un unico fondamentale sentimento che ho scelto proprio come medicamento e terapia per i mali di cui questo ciclo si occupa -pregiudizio e violenza–: l’accoglienza quindi- una di un poeta biograficamente omosessuale e l’altra di un poeta biograficamente eterosesssuale e vedere insieme a voi che cosa ci raccontano nei loro versi, senza porre attenzione sul dato biografico che pure me li ha fatti scegliere, per poi poterlo negare in quanto vincolante.

La prima:

In un piccolo spazio
del mio cuore
ho letto lacrime…

Nel vagare dei pensieri
Ho visto alberi scuri
E poche anime.

Quando la notte calava
Col silenzio di quel pianto
Ho scritto parole.

D’improvviso l’abbraccio,
la tua voce, ritorna una speranza,
i nostri baci, ricordo di un dolce sapore;
assaggio di nuovo con te il primo amore
(…)
Raccolto come in preghiera
Mi avvicino piano…
Non voglio offenderti, mai.
Con cura, capiremo.

Pasquale Quaranta

L’accoglienza è qui un sentimento quieto e senza sforzo di ciò che è triste e di ciò che è gioioso, del pianto della solitudine e dell’incanto sorpreso di un nuovo di nuovo sempre primo amore. E’ un sentimento misurato e senza sfarzo: non usa parole altisonanti, non vuole colpire con la grandiosità, ma puntare diritto al cuore con la semplicità dell’abbraccio, del bacio, della voce e restituire speranza e fiducia che ci si possa fare ancora del bene se ci avviciniamo piano e senza violenza, con delicatezza e rispetto,  se con cura cercheremo di capire.
Se in questo sentimento pulito e trasparente, raccolto appunto come in una preghiera, ci mettessimo sforzo e imposizione diventerebbe qualcos’altro invece che accoglienza, forse l’esercizio pur nobile di una virtù, disciplina, che tradisce l’umanità e la visceralità e diventa regola e obbligazione; se ci mettessimo sfarzo e artificio letterario rischierebbe l’ipocrisia, lo sfoggio sociale, l’ideologia tradendo l’umiltà  e la semplicità del gesto di chi si dispone in modo riservato intimo quasi segreto all’accoglienza della cura e del capirsi, lentamente.

La seconda:

Non il messaggio che attendevo, tu,
messaggera tu stessa, di che?
D’amore, non può essere d’altro .
Sei cresciuta a dismisura,
mi hai occupato cuore e mente
come fanno le figure dei poemi
che mi chiedono voce e sangue.
Tu invece provieni da te stessa
Dalla tua irrefutabile esistenza.
Da lì, non da versi di poeta
O per altra mediazione.
Da te a me, dalla tua origine
Alla mia accoglienza.

Mario Luzi

L’accoglienza è qui un sentimento immediato: è il sentimento di chi dice Eccomi e offre spazio conforto e riparo, si fa concavo, immensamente concavo, per poter dire Eccoti e offrire riconoscimento unicità e pazienza.
E’ il sentimento essenziale che accetta che tu sia tu, irrimediabilmente altro anche dalla propria fantasia e dalle proprie aspirazioni, non per questo ma grazie a questo più bello, più vero,  più stupefacente.
Eppure non è impulso né improvvisazione– che sarebbe un ospitare l’altro senza sicurezza, senza costanza e senza profondità- ma pensiero che immagina un percorso breve e vissuto, quello che va dall’origine misteriosa e sconosciuta dell’altro alla nostra accoglienza –anch’essa misteriosa e sconosciuta, per certi irrinunciabili aspetti: è il percorso dell’intuizione –non sprovvista di tecnica- che rende splendidi i mestieri di psicoanalista e poeta laddove per brevi attimi lo squarcio dell’intuizione/accoglienza offre un buon contenimento alla violenza delle emozioni e del viverle pienamente, con tutto l’essere.

Ed entrambi i poeti allora indipendentemente dal tu a cui si rivolgono, che sia dello stesso genere o dell’altro, nei brevi versi che vi ho voluto riportare esprimono il loro SI’ alla presenza rischiosa e pericolosa dell’altro nella loro vita, rischiosa e pericolosa fino al dolore, sapendo profondamente che un MA e un FORSE sarebbe già una porta socchiusa, il limite della soglia, l’insidia della paura e della sfiducia, la limitazione fatale che l’altro possa essere l’incontro con una vita più piena.

Gli psicoanalisti e i poeti allora ci aiutano e sostengono nell’accettare l’azzardo dell’imprevedibile cambiamento che l’incontro  -reale possibilità di trasformazione- possa essere sorpresa, effettivamente e affettivamente un dono.

Concludo accogliendo una intraducibile parola inuit - IKTSUARPOK - e cioè il vitalissimo senso di aspettativa che spinge l’eschimese e noi tutti  a uscire ripetutamente dall’igloo del nostro ego per vedere se, per fortuna, qualcuno sta arrivando e sperare di potergli offrire uno spazio, un cuore,  aperto e libero da preconcetti e paure.

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Lascio la parola all’ospite,  Vittorio Lingiardi, poeta e psicoanalista, certa che il poeta soccorra l’analista nell’accogliere l’altro e la verità nuda dei suoi sentimenti porgendo un riparo libero da sovrastrutture e eccessivi schermi teorici.

La “fragile zattera” della capacità negativa

di Nicoletta Massone

Sono molto contenta e onorata di introdurre l'intervento del professor Carlo Sini, da noi tutti conosciuto per l'impegno che da sempre lo contraddistingue in ambito filosofico. Per molto tempo, è stato ordinario di Filosofia Teoretica all'Università Statale di Milano, e anche, ugualmente per molto tempo, docente presso la nostra scuola di specializzazione in Psicoterapia circa l’insegnamento di epistemologia. Attualmente, tale insegnamento è ricoperto dalla dottoressa Florinda Cambria.
Le sue lezioni ogni volta sono state per noi stimolo prezioso e sprone in merito all’approfondimento delle nostre conoscenze, confrontate e arricchite dal più ampio contesto filosofico.
Proprio per questo, per la mia introduzione, ho deciso di utilizzare alcuni pensieri del professor Sini a cui farò riferimento senza un un ordine che rispecchi la costruzione della sua opera e senza pretendere, ovviamente, di esaurirne il significato, ma impiegandoli per quello che per me sono stati: stimoli per la riflessione e occasione di scoperta di consonanze tra quella che è la sua posizione filosofica e la prospettiva che appartiene a me e al mio gruppo di lavoro, riguardante il piano dell'intervento terapeutico e del pensiero psicoanalitico.

Parlando di ciò in cui consiste la filosofia, dice Sini: «Chi fa filosofia, va personalmente alla ricerca della verità, una ricerca che non si acquieta mai, non trova mai una soluzione definitiva, ma, per sua natura, apre sempre nuove domande. [...] E la questione vera non è liberarsi di queste domande, ma essere capaci di sostarvi con gli occhi spalancati e attenti. Senza essere spaventati dal riconoscere che frequentiamo la verità senza conoscerne davvero la natura.»
Questa è la descrizione precisa ed appassionata di quello che dovrebbe essere il nostro atteggiamento, la nostra disposizione profonda, quando siamo con il paziente. È la precondizione essenziale del nostro lavoro, quella che  Wilfred Bion, psicoanalista per noi importante punto di riferimento, chiama "capacità negativa". Rimanda ad un saper sopportare l'assenza, la mancanza di un significato che non è ancora presente. Tollerare, quindi, il peso del caotico della, destrutturazione. Tutto ciò non è semplice perché viene sentito e decodificato come segno della nostra imperfezione, imperdonabile mancanza di adeguatezza.
Per evitare la sofferenza che ciò comporta, possiamo produrre una verità pur che sia, verità apparenti, caricature di verità che diventano intransigenti, rigide, inflessibili, per la paura di venire scoperte nella loro inconsistenza. Il pensiero non c'è più, al suo posto ci sono gli oggetti che abbiamo creato nel laboratorio onnipotente del nostro desiderio di controllo. Al posto del sentire, dell’ascoltare, del pensare ci sono - dice ancora Bion - «non-oggetti, violentemente avidi di ogni altro oggetto e delle sue caratteristiche solo per il fatto che questo altro oggetto esiste per davvero.»
Avidi, potremmo dire, della vita che non possiedono.
Riuscire, invece, a stare nella domanda - ci dice Sini, domanda che il nostro ascoltare inevitabilmente suscita, con gli occhi spalancati ed attenti come quelli di un bambino che guarda, senza pregiudizi, il cielo stellato. E questo, particolarmente con il paziente, per coglierne, quando sarà possibile, la parola, evitando di restituirgli un'immagine deformata di se stesso.
«Le par possibile che si viva davanti ad uno specchio che, per di più, non contento d'agghiacciarci con l'immagine della nostra espressione, ce la ridà con una smorfia irriconoscibile di noi stessi?»
Così si esprime il Figlio dei Sei personaggi in cerca d'autore, indicando uno dei rischi più seri che corriamo nel nostro lavoro: consegnare all’altro, al nostro compagno di viaggio, un'immagine distorta, non corrispondente a ciò che di sé ci ha fatto vedere, abbandonando i suoi significati e la sua storia ad una penosa solitudine.
Per cui, più di tutto, il nostro lavoro sembra consistere nel comprendere l'altro sulla scorta di ciò che il suo passaggio ha suscitato in noi.

È proprio quello che ci dice Sini nello scritto La verità del babbuino:
«Il nostro discorso va alla ricerca di spiegazioni relativamente a incontri d'esperienza che nessuno può crearsi a suo piacere: non ci siamo inventati i babbuini, tutt'al più il loro nome e ci siamo dovuti chiedere che cosa essi fossero ‘in verità’. Da allora camminiamo insieme, secondo un 'conoscere' che non equivale all'assimilazione con una realtà esterna delle cose in sé.
Camminando con noi, il babbuino è assegnato alla verità, segnato dalla nostra verità. Non però dalla sua. La sua vita vivente che a suo modo comprende il mondo frequentandolo nei modi sapienti della sua prassi, questa vita vivente resta la nostra origine immaginaria,  il nostro sogno immemore, rovescio silenzioso del nostro dire.»
Sono parole, queste, che mi hanno profondamente commossa.
Camminando con noi, l'altro è segnato, è assegnato alla nostra verità, una verità che cerca di dire la traccia che di lui ci è giunta, mentre l'altro in sé resta nel suo mistero, nella sua separatezza da noi. Attingendo alla nostra riserva di vissuti ed emozioni, tentiamo una corrispondenza con ciò che abbiamo sentito. Tentiamo di diventare quell’emozione e quell’esperienza.
«Non siamo noi che affermiamo o neghiamo alcunché di una cosa - dice Spinoza in una citazione del suo Breve trattato, citazione che, ancora una volta, ho rubato a Carlo Sini - ma è la cosa stessa che afferma o nega in noi qualcosa di se stessa.»
Quanto spesso non sembra esserci spazio per questo. Non solo in sede clinica, ma anche nel più ampio campo del contesto sociale troppo frequentemente il pregiudizio sembra la risposta al tentativo comunicativo dei singoli in merito alla loro esperienza.
Ad esempio, un esempio tra i tanti, i preconcetti sugli extracomunitari bene esprimono il tentativo, mai sopito desiderio, di sfuggire una complessità avvertita come troppo compromettente, capace di mettere in discussione l’immagine che di noi abbiamo costruito. Interrogati dalla migrazione di interi popoli, dalla disperazioni di troppi uomini silenziosamente morti accanto a noi, ci rifugiamo in una logica essenziale che conosce solo colpevoli, che approda sempre a certezze incontrovertibili.
Ed è bello, invece, pensare che la verità stia nel camminare insieme, curiosi - noi babbuini - del babbuino che abbiamo accanto.
È sempre di fronte al dolore che il pregiudizio si fa più forte perché, in fondo, non è passaggio scontato riconoscere di non avere nessun potere, se non quello di capire il significato di ciò che siamo, accogliendo le immagini che la nostra mente, di volta in volta, ci dona. Secondo Franco Fornari - presidente negli anni settanta della Società Psicoanalitica Italiana - per vedere queste immagini è necessario che si accenda una luce e quest’opera è la cifra più specifica della nostra anima, per cui dobbiamo immaginare l’anima imparentata con le lucciole. E’ questa produzione endogena di luce, questa piccola intermittenza luminosa, a permetterci di venire segnati dalla verità dell’altro.

Dice ancora Sini, facendo riferimento alla Crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale di Husserl:
«L'evento della verità chiede di essere frequentato nelle pratiche concrete, le pratiche di vita comuni a tutti, imposte dalle esigenze dei progetti della quotidianità, che tutti condividono nel fare. Ogni tempo ha una comune atmosfera del sapere, il complesso di conoscenze che governano le necessità dettate dai propositi di vita. [...] In questo modo, la verità diventa un transito e non un 'giudizio' o una 'cosa', transito di una vita infinita e di un destino di rinascita.»
Le conoscenze legate alle azioni della quotidianità sono l'intelligibilità comune ad ogni uomo. Producono un linguaggio appartenente ad ogni uomo. Sulla base di quel linguaggio che nasce dagli oggetti che ogni giorno sono con noi, scopriamo consonanze e legami di verità.
Il che fa sì che la verità sia sempre diversa, come diversi e mutevoli sono i luoghi dell'incontro, i supporti su cui la verità si inscrive, di cui conserva l’impronta, la qualità della materia, il profumo.
Anche questo aspetto accompagna significativamente il nostro lavoro: la decodifica che possiamo realizzare delle comunicazioni dei nostri pazienti è sempre instabile, è la verità di quel momento emotivo che subito si apre al destino di altre integrazioni, verità sospesa e generata dallo ‘scorrere di una continua metamorfosi di senso’.
E’ questa necessaria catastrofe eraclitea - così la definisce Sini - a far si che la la verità diventi un transito e non un 'giudizio' o una 'cosa', un quasi oggetto dato una volta per sempre. Nella molteplicità caleidoscopica dello scorrere dei nostri significati, continuamente cerchiamo, per noi e per i nostri pazienti, di porre mano ad una venuta al mondo, ad un destino rinascita più completo e fecondo, più capace di una circolazione affettiva in grado di generare speranza. Evitando il rischio di cristallizzarci nel feticcio di un giudizio-oggetto alla cui ombra illuderci di trovare nascondimento dalle passioni della vita.
I materiali di questa costruzione li troviamo, ne impariamo a conoscere il nome, nel rapporto con gli altri, luogo d’incontro generativo dei significati che siamo. Non bastiamo a noi stessi, ulteriore, inaccettabile fragilità che frantuma le immagini di onnipotenza in cui ci piace rifugiarci.

Anche di questo ancora ci parla Carlo Sini, commentando l'opera di Enzo Paci che è stato suo maestro:
«La percezione è un vincolo vivente, una cooperazione di corpi e di intenzionalità viventi. [...] Lo sforzo dell'uomo è quello di fondarsi come soggetto all'interno di una intersoggettività umana che superi ogni oggettivazione ereditaria e ogni forma di alienazione storico sociale, in lotta con l'idolatria e la feticizzazione.»
All’incontro è assegnata la responsabilità di accogliere le nostre esperienze, di dar loro dimora, evitando di cadere dentro un noi stessi inautentico, dentro brandelli o idoli - come dice Sini - di identità posticce che non conoscono più il nostro nome, identità troppo fragili per reggere l’urto del desiderio.
Le immagini di Fernando Pessoa sanno descrivere mirabilmente questo desolato punto di approdo, dolente luogo dell’essere:
«La mia anima è un maelstrom nero, una vasta vertigine intorno al vuoto, un movimento di un oceano senza confini intorno ad un buco nel nulla, e nelle acque, che più che acque sono turbini, galleggiano le immagini di ciò che ho visto e sentito nel mondo: vorticano case, volti, libri, casse, echi di musiche e spezzoni di voce, in un turbine sinistro e senza fondo. E io, proprio io, sono il nulla intorno a cui questo movimento gira. Poter saper pensare! Poter saper sentire! Mia madre è morta molto presto e io non l’ho conosciuta.»
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine.
Il bambino ha consolazione se il suo pianto risuona nella madre, se crea, dentro di lei, una forma che a quel pianto assomiglia.
Il bambino trova sollievo se la madre, in questo modo, piange con lui, diventando il suo sconcerto. È, quel momento, qualcosa che si può dire, qualcosa che l’altro accetta come possibile e partecipata declinazione di esistenza.
Se questa condivisione non può avere luogo, il suo posto è preso dall'abbandono, dal cadere del desiderio di comunicare, dal senso di strumentalizzazione, dall'impossibilità di trasformare quello che si è in vita vivente. Insomma, dal dolore.
Molto meglio di me dice di questa mancanza la poetessa Nelly Sachs in una sua splendida poesia che presenta, in modo straordinario, il dramma di una comunicazione che viene perduta.

Noi nascituri
già comincia l'anelito a plasmarci,
le rive del sangue si allargano ad accoglierci,
come rugiada caliamo nell'amore.
Le ombre del tempo posano ancora
come domande sul nostro segreto.

Voi che amate,
voi che anelate,
udite, voi, malati di commiato:
siamo noi che cominciamo a vivere nei vostri sguardi,
nelle vostre mani che vanno in cerca nella luce azzurra -
siamo noi, che odoriamo di domani.
Già ci aspira il vostro fiato,
ci trae giù nel vostro sonno
nei sogni, che sono il nostro regno
dove la buia nutrice, la notte,
ci fa crescere,
sino a che ci specchiamo nei vostri occhi,
sino a che parliamo alle vostre orecchie.
Come farfalle
saremo catturati dagli sgherri del vostro desiderio -
venduti alla terra come voci di uccelli -
noi che odoriamo di domani,
noi luci venture per la vostra tristezza.

Da Nelle dimore della morte Nelly Sachs

Ci dice Sini:
«Sempre di nuovo raccontiamo la vita dell’altro parlando, in realtà, soprattutto della nostra perché ‘conoscere’ e ‘comprendere’ è la nostra ‘politica di vita’, il nostro cammino di sopravvivenza. [...] E questo comprenderci nel sapere e nel conoscere non ci assegna a una chiusura epistemologica, ma piuttosto ad un compito etico, qualcosa che non è affatto da sapere, ma da fare, da porre in opera nel transito stesso del soggetto, entro le sue pratiche di vita e in vista dei suoi peculiari oggetti sociali.»

“E Johnny prese il fucile”: quando la violenza adolescente mette in gioco la nostra identità adulta (e psicoanalitica).

di Giovanna Capello

Quando ho pensato ad un titolo per questo breve intervento, che introdurrà il lavoro di Luisa Tirelli, ho pensato, di getto, ad un romanzo e al film che ne è stato tratto...è la storia di  “E Johnny prese il fucile”.
Continuava a risuonarmi nella mente, e non capivo perché...
Recuperando il ricordo della trama, dopo un poco ho trovato il nesso...
La storia è nota: è la vicenda del giovane soldato Johnny che, alla fine della prima guerra mondiale, colpito in pieno da una granata, si ritrova ridotto ad un tronco umano: senza arti, il volto semidistrutto, senza vista né udito, senza uso della parola. Intrappolato per sempre in una stanza d'ospedale, intubato, nutrito artificialmente, agganciato ad una macchina che respira per lui...nessuna possibile relazione con l'esterno.
Il tempo per Johnny è inesorabilmente bloccato, in un vuoto di orrore indicibile.
Non potrà più accadergli nulla.
Ma cosa può avere a che fare Johnny – che è la straziante personificazione della Vittima e non certo dell'Aggressore Crudele – con l'immagine che noi abbiamo dell'adolescente violento?
Ecco, credo di averlo scelto perché non posso che pensare la violenza adolescente come esito – perfettamente coerente, nelle sue manifestazioni più efferate – della deriva violenta del nostro mondo adulto. Johnny ha preso il fucile in nome e per volere di altri: di un potere adulto, lo stesso potere che – nel momento in cui la granata si rivolta contro il soldato - lo confinerà in un letto d'ospedale, condannandolo al silenzio e all'emarginazione assoluta.
I crescenti episodi di teppismo, l'organizzazione in bande, l'allarmante fenomeno del cyberbullismo (bullismo online, effettuato attraverso le chat), i vandalismi, la violenza sessuale e la violenza contro i soggetti più deboli, i comportamenti autolesivi sul corpo e sulla pelle....e inoltre, una dispersione scolastica in aumento soprattutto nelle grandi città, e la scuola stessa, divenuta sempre più frequentemente sede di reati....tutto questo rappresenta il riflesso – nel mondo adolescente – della violenza e della distruttività che segnano la nostra storia attuale, fatta di attacchi terroristici, genocidi, guerre di portata devastante. Decisamente, dunque, la violenza adolescente è un riflesso in scala ridotta della violenza adulta!
Da qui, dunque, l'immagine di un'adolescenza intrappolata in un  funzionamento violento, la cui matrice è però spesso da collocare altrove.
Allora, quando penso alla violenza, la penso rappresentata dall'immagine straziante di Johnny: un grumo di vita incastrato in un vuoto rappresentazionale, in un eterno presente, scollegato dal passato e senza alcuno sguardo rivolto verso il futuro.
Questa, è la violenza. Altro è l'aggressività.
Perché l'aggressività adolescente sappiamo essere una forza vitale - fisiologica e costruttiva – in quanto permette al ragazzo di prendere le distanze dal suo Sé bambino e dalla dipendenza infantile dai genitori. Per quanto rabbiosa, l'aggressività è un affetto, capace dunque di mantenere il legame con l'oggetto, con l'altro.
E' chiara, allora, la natura non necessariamente patologica dell'aggressività: è una “necessità biologica” che permette all'adolescente di individuarsi, esistere nel mondo ed esplorarlo.
 Tutto questo, distingue l'aggressività dalla violenza.

La violenza implica infatti, per sua natura, qualcosa di molto più spietato, cioè la disumanizzazione dell'altro.
Soffermandosi sugli aspetti più orribili della crudeltà umana, lo psicoanalista Christopher Bollas sostiene che il male trova la sua concretizzazione nella violenza priva di pensiero, vuota e terribile, rappresentata al meglio dal genocidio e dal serial killer. L'aggressore uccide nell'altro tutto ciò che è buono (la fiducia, l'amore, la riparazione), ri-creando così, serialmente, nel Sé delle vittime l'uccisione del proprio Sé, avvenuta nell'infanzia.
Disumanizzando l'altro, l'aggressività non conosce più, allora, la possibilità di identificarsi con l'oggetto– negando la comune umanità di vittima e aggressore.
Negando la natura umana della vittima, il soggetto nega anche la propria.
Operare violenza significa quindi de-umanizzarsi.
La violenza ha l'effetto pietrificante dello sguardo di Medusa, che pietrificando l'Altro condanna se stessa ad una condizione di cosa isolata, morta. La distruzione dell'altro impoverisce il pensiero adolescente, istupidisce e rende impermeabile la sua mente, impedendole di trovare altre soluzioni. Perchè – come scrive, con sintesi straordinaria lo psicoanalista Eric Brenman – la condizione di ristrettezza mentale è necessaria, affinché la crudeltà possa diventare operante.

Sappiamo che un adolescente può sentirsi così inconsistente, da ricercare la prova della sua esistenza nelle reazioni che riesce a suscitare negli altri. Ma se le grida di allarme, espresse attraverso comportamenti a rischio, non vengono udite e accolte - dall'ambiente circostante, in primo luogo dalla famiglia, in primo luogo dai genitori - la sfida può intensificarsi in un crescendo violento, che esprime contemporaneamente rabbia e disperazione.
Per fronteggiare il dolore psichico, questo deve essere allora istantaneamente evacuato: è questo un processo difensivo estremo che comporta l'impossibilità di portare a termine il fisiologico processo di lutto adolescenziale – lutto, come dicevamo, per la perdita della condizione infantile e del rassicurante dipendere dai genitori – e  allora, al posto del tempo della riflessione, della crescita e dello sviluppo, si instaura il Tempo circolare e mortifero della ripetizione.
La violenza è capace – in ultima analisi – di paralizzare il tempo.
La distruzione del tempo è il non-luogo in cui abita l'adolescente violento, il non-luogo in cui abita il povero, disperato Johnny.
Johnny che però, ad un tratto – nel letto asettico dell'ospedale in cui è confinato, apparente vegetale – riprende a pensare.
Si riattiva in lui un flusso di pensieri disarticolato: non può che essere così, per una mente che non ha altro appiglio e punti di riferimento se non se stessa. (La stessa solitudine vive l'adolescente violento, e come quello di Johnny è il suo pensiero, frantumato e accartocciato su se stesso).
Vi leggo qualche riga, tratta dal romanzo: “Il tempo di Johnny non era completamente cosciente: si sentiva mordere da un topo e dopo lunghi momenti di dolore e paura comprendeva che però si trattava di un incubo. Ma in breve, quella certezza lo abbandonava. Forse davvero un topo lo stava divorando. Forse non c'era soluzione: era destinato a non sapere se era sveglio o dormiva. Come faceva a saperlo? Una persona ha bisogno di sapere: è importante. Era la cosa più importante che gli fosse rimasta. L'unica cosa che aveva era una mente, e gli sarebbe piaciuto sapere che sapeva ragionare con chiarezza. Ma com'è possibile che una mente ragioni con un topo addosso?”
La mente rosicchiata da un topo: é una descrizione chiara e straziante del cortocircuito del funzionamento psichico.
Cortocircuito che noi adulti siamo chiamati ad affrontare. A  diverso titolo, con ruoli e competenze diverse, ma spesso ponendoci di fronte alla violenza adolescente con lo stesso assetto difensivo: perché tutti, di fronte alla violenza – genitori, insegnanti, educatori, assistenti sociali, psicologi – sentiamo minacciate le nostre competenze, la nostra stessa identità adulta.

Io posso fare riferimento alla nostra professione, mostrarvi  quale impatto abbia la violenza sul nostro funzionamento mentale di psicoterapeuti... nel momento in cui arrivano o vengono condotti da noi, noi ci disponiamo a pensare questi adolescenti come giovani pazienti: pensiamo, allora, che con il nostro lavoro fatto di accoglienza, ascolto, contenimento, interpretazione, sapremo aiutarli a comprendere e ad abbandonare i comportamenti disfunzionali e patologici  e a ridurre la loro disperazione....partiamo, insomma, dal pre-giudizio rassicurante di essere noi nel pieno possesso di un'identità chiara, definita e adulta: quella di psicoterapeuti.
Nell'incontro con l'adolescente violento, invece, ci coglie di sorpresa l'essere investiti da un bombardamento, da quella che è stata definita “una nube di frammenti psichici in cerca di  contenitore”.
L'esplosione che ha colpito Johnny si propaga, ci raggiunge e colpisce anche noi.
Affrontare il tema del trattamento clinico della violenza adolescente significa infatti interrogare profondamente la nostra identità psicoanalitica.
Di fronte ad uno stato psichico di blocco dello sviluppo, in cui il pensiero e l'ideazione si sono arrestati ad un livello rudimentale, estremamente concreto, siamo costretti a confrontarci inevitabilmente con la nostra impotenza.

Vorrei, allora, mostrarvi un'immagine che mi è sembrata particolarmente chiara nel suo rappresentare quel che incontriamo nella stanza d'analisi. Probabilmente molti di voi la riconoscono: era l'immagine di copertina del Venerdì di Repubblica apparsa qualche settimana fa e raffigura un ragazzino-soldato dell'Is. L'articolo, a cui l'illustrazione fa riferimento, parla dei ragazzini che vengono reclutati sotto la bandiera nera del Califfato per essere addestrati e trasformati in terroristi. Non entro nel merito di un terrorismo che ha perso anche il suo ultimo tabù – perché il terrorismo storico non reclutava bambini – ma mi limito a condividere con voi la feroce potenza suggestiva dell'immagine.
Un baby killer ha appena sgozzato il suo peluche, il coniglietto rosa.
E' l'emblema del sacrificio dell'ingenuità infantile: sappiamo che per l'adolescente è  necessaria una quota fisiologica di tale sacrificio, perché possa arrivare a conquistare una posizione autonoma di giudizio sul mondo e a dare alla luce un proprio progetto desiderativo.
Ma qui possiamo osservare con sgomento il sacrificio violento e concreto dell'oggetto – l'orsetto di peluche - l'oggetto a cui lo psicoanalista Donald Winnicott ha dato immenso valore, chiamandolo oggetto transizionale. Winnicott lo ha assunto ad emblema di quella preziosa area di gioco, area creativa che ha inizio nella primissima infanzia e che accompagna l'essere umano per tutta l'esistenza, trasformandosi nello spazio del funzionamento simbolico. Il bambino pensa: “Gioco con il mio peluche mentre la mamma non c'è, e mi consolo, facendo finta che il peluche sia la mamma, in attesa che la mamma ritorni.” Un oggetto al posto di un altro: inizia a funzionare così, il pensiero simbolico!
In questo spazio – da bambini prima, in seguito da adulti – continuiamo a trovare personali soluzioni creative ai problemi, compensando i limiti e le frustrazioni imposte dall'esistere con uno slancio creativo che ci fa sentire capaci di funzionare, di realizzare sogni, di costruire cose buone e belle...sentiamo, cioè, di saperci riservare uno spazio ed un tempo capaci di allentare il dolore e la solitudine. Winnicott ci ha detto, insomma, che gli oggetti transizionali non finiscono mai: quindi, tutti noi attraversiamo l'esistenza accompagnati da un peluche di qualche tipo!
Che cosa è accaduto, allora, a questo ragazzino?
Qualcosa che, a questo punto, comprendiamo essere molto grave: per la volontà feroce di altri, dei grandi, si è prodotto un drastico arresto, il black out della funzione simbolica: attraverso la distruzione del peluche, concretamente identificato con la persona perduta e odiata, si attua l'attacco concreto al corpo di un'altra persona o al proprio corpo, e insieme alla propria mente, trattati tutti come se fossero oggetti.
Metterci al servizio di questo tipo di pazienti ci impone allora una grande fatica e una grande responsabilità: l'adolescente deve infatti incontrare un adulto che abbia affrontato e
che sia riuscito a reggere l'impatto della propria pubertà e della propria violenza.
Ma non è pensabile esaurire una volta per tutte la presa di coscienza della propria violenza istintuale, naturale e innata. Come ha scritto lo psicoanalista Jean Bergeret: “L'emozione che l'adulto prova di fronte alla riattivazione angosciante della propria primitiva violenza, non è mai completamente integrabile...e gli psicoanalisti non sfuggono a questa reazione.”
L'attacco dell'adolescente non è solo e non tanto al nostro pensiero e alla nostra funzione interpretativa, ma al nostro assetto emotivo , quando in seduta irrompe la violenza che ci porta a condividere il timore di perdere – anche noi, a nostra volta – il controllo.
Non è facile, ma in questi momenti l'adolescente vuole sentire che noi possiamo far fronte non solo alla sua, ma soprattutto alla nostra violenza mobilitata.
Perché, in questi casi, può farsi davvero concreta la paura che la violenza fisica possa essere messa in atto contro di noi; in altri casi, concreto è lo stato d'allarme che viviamo di fronte a possibili attacchi autodistruttivi dell'adolescente, fino ad arrivare ai rischi suicidari: insomma ci sentiamo, facilmente, angosciati e confusi.
L'impulso può essere, allora, quello di risolvere immediatamente il nostro senso di impotenza – quando è avvertito come intollerabile – mettendoci, specularmente e istantaneamente , a nostra volta in azione.
Oscillando tra tentazioni espulsive e desideri salvifici, possiamo allora diventare  o troppo rigidi – trasformandoci negli inflessibili rappresentanti della Legge e della Regola contro le spinte pulsionali e trasgressive dell'adolescente – o all'opposto diventare troppo duttili e flessibili, identificandoci proprio con quelle spinte pulsionali e trasgressive. O, ancora, gli attacchi dell'adolescente possono appannare il nostro pensiero creativo, rendendoci timorosi nel dar segno della nostra presenza in seduta. Possiamo sentirci ridotti – così- ad un'entità insignificante.
Di fronte all'emergere di rabbia, provocazione e sfida, non è facile continuare a svolgere una funzione di contenimento, di protezione e di elaborazione: a lungo, allora, non possiamo far altro che accontentarci, come è stato scritto, di “rimanere vivi”, senza soccombere alla disperazione e senza cedere all'idea che non ci sia nulla da fare.
Cercare di rimanere vivi – come ci ha insegnato Winnicott – non è proprio una cosa da poco: significa non  fare soltanto riferimento ad un saldo modello teorico e affinare la nostra tecnica: significa addentrarci nel campo delle motivazioni profonde che ci spingono a lavorare con questi pazienti. L'empatia naturale che proviamo per la condizione adolescente, nasce dall'adolescente vivo che, nell'incontro con questi ragazzi, si rimette in moto dentro di noi.
Rimanere vivi significa allora essere capaci di entrare in relazione con il vissuto violento, senza il timore di riconoscerlo come espressione – anche – del nostro funzionamento mentale.
Questo ci mette in gioco profondamente: perché ci chiama al continuo approfondimento della nostra analisi personale e della nostra capacità autoanalitica.
E ci pone di fronte ad un compito impegnativo e a suo modo struggente – che è poi il compito di tutto il mondo adulto:
quello di accompagnare le loro adolescenze, rivisitando la nostra, rimanendo nello stesso tempo adulti e separati, e salutandoli alla fine di un pezzo di strada fatto insieme. Come ha scritto Luisa Tirelli: “Con la non facile sensazione – comune a tutte le fasi conclusive delle psicoterapie – che se tutto è a posto, niente è in ordine. E, mentre loro vanno e vengono, noi dobbiamo rimanere là”.
Con la speranza di aver collaborato a ricucire lo strappo del piccolo, ma così vivo e importante, coniglio di peluche.
Lascio ora la parola a Luisa Tirelli,
e grazie!