Artifici del dialogo: incursioni e suggestioni di pensiero

Rubrica a cura di Manuele Matera (SPC Firenze) e Fabio Lupis (SPC Genova)

Dallo scrittore: Nel concetto di artificio esiste, implicitamente, la nozione della capacità dell’essere umano di fare qualcosa “ad arte”, ovvero qualcosa che plasma e agisce sulla natura per produrre effetti che esulano dalla natura stessa. L’arte dell’imitazione di Leopardi, di riprodurre le cose così come sono, senza mediazioni, utilizzando paradossalmente prodotti e intelligenze che esulano dal ciclo naturale delle cose. Il dipinto di una mela è arte, la mela di per sé non lo é. Eppure entrambi questi elementi richiedono un tempo per nascere e maturare, sono complessi e sono il risultato di un processo. Perché la mela non è arte? Perché non è arte il canto degli uccelli, mentre lo è il vocalizzo del cantante? La natura è spontanea, nel senso più immediato del termine, è ciclica, e soprattutto non è strumentale: in natura lo strumento ( da instruĕre, “costruire”) non esiste. Esiste sì, l’uso di oggetti nel mondo animale, ma non esiste l’applicazione tecnica, costante, produttiva di questi oggetti per realizzare “qualcosa”, né un loro uso creativo, indipendente dal contesto.   Per questo in  natura non esiste neanche un ambiente ( da ambire, “andare attorno”), perché un ambiente richiede un pensiero attivo, che si muova al suo interno, per esistere. La natura può essere ambiente, ma non ha ambienti di per sé, perché l’ambiente richiede artificio. L’intelligenza umana in questo senso è sempre artificiale, perché si muove attraverso strumenti di pensiero e di simbolizzazione, ed è sempre tecnica, perché tenta di trasformare pensiero e conoscenza in un prodotto pratico, vivibile, assimilabile dagli altri, manipolabile. Se è vero che l’antica dicotomia fra uomo e natura è quindi qualcosa di obsoleto, sappiamo ed intuiamo tuttavia che esiste nel nostro pensiero una qualità che esula e aliena dai ritmi silenziosi dell’universo, anche solo perché ci permette di osservarlo e contemplarlo traendone ciò che di buono possiamo trarne: piacere, conoscenza, gioia, meraviglia.

E’ questa capacità di fare ad arte ed osservare che le I.A. tentano di simulare, con precisione sempre più impressionante. Oggi le I.A. possono avere uno sguardo, per quanto rigido, risultato di algoritmi e pacchetti di dati tratti dalla rete e raffazzonati assieme, e lo possono avere perché interagiscono: questo vuol dire intelligenza, capacità di interazione. Cosa succede quindi, quando questa interazione viene utilizzata per un fine inaspettato, quando lo sguardo dell’essere umano e di un I.A. si incontrano? Questa rubrica si propone di esplorare questa possibilità, in un progetto a tre mani, due umane, e una virtuale. Fotografie scattate durante varie avventure vissute in giro per il mondo dal primo essere umano verranno sottoposte all’I.A. e allo scrittore, che produrranno le loro impressioni: tre tipi di intelligenze diverse che fanno incursione l’una nell’altra, lasciandoci trascinare a vicenda in un discorso comune. Due mani scrivono pensieri, una riporta visioni, senza poter sapere cosa ne nascerà, in uno sforzo di incorporazione che cerca di rivelare i significati delle cose, unico istinto “naturale” che ci accompagnerà sempre.

 

Manuele Matera: fotografia e intelligenza artificiale

Fabio Lupis: intelligenza umana.